SUL PALCO
L’alfabeto delle emozioni e la nuova vita del teatro
Il monologo di Stefano Massini ha aperto la nuova stagione teatrale del Sociale di Busto Arsizio
La centoventunesima replica di «L’alfabeto delle emozioni” è in una serata che «non è come le altre, perché l’inaugurazione di una nuova vita di un teatro non è cosa da poco. Il teatro è un luogo nel quale proviamo a vedere le cose con occhi diversi», aprendo prospettive nuove, quelle che non sono luoghi comuni e frasi fatte. Così Stefano Massini, martedì 25 novembre, saluta il pubblico al termine del monologo “L’alfabeto delle emozioni”, con il quale ha aperto la nuova stagione teatrale del Teatro Sociale di Busto Arsizio, nel primo anno dell’incarico triennale da direttore artistico di Federico Zanandrea. E, in una sorta di “bis”, proprio a sottolineare come lui non ami i luoghi comuni e le frasi fatte, e come il teatro sia «luogo fatto per resistere ai luoghi comuni» dona al pubblico un altro piccolo, straordinario monologo in cui racconta il suo incubo: la storia di una giornata che è un susseguirsi di frasi fatte.
LE LETTERE E LE EMOZIONI
Ma prima, per un’ora e mezza ha estratto dai bauli che ha sul palco le lettere che al teatro Sociale hanno composto i racconti delle emozioni che ha raccontato: la R di rabbia, la rabbia «che toglie il sorriso» ma che va capita, perché può anche essere «la forza di difendere se stessi, la reazione che abbiamo alla narcosi, al non sentire, al far finta di niente» credendo così di essere civili, mentre siamo pavidi. E, quasi come da contraltare, la F di felicità, l’emozione «in cui non ci sono mai nuvole», l’unica da cui «ci aspettiamo la stabilità, che sia punto di arrivo da cui non vorremmo mai tornare indietro», condizione che nell’antichità era solo degli dei e che oggi sembra non un diritto, ma un dovere. Passando poi per la N di nostalgia, ma anche di «nome» chiedendosi che cosa nel nostro nome ci sia di solo nostro. La N di «quella nebbia che ho dentro e che non mi fa capire, N come non ci capisco niente». E la P di paura, che unisce tutti quanti e che, si rivolge Massini a un pubblico da sold out, gli fa guardare lì, al Teatro Sociale, «seicento persone e non trovo altro modo di abbracciarvi se non dire: siamo tutti insieme, siamo paurosi». L’attore sa trovare l’emozione anche per la H, la lettera che ha un suono solo se accompagnata da un’altra, quella che mostra che non è sempre e solo della razionalità che ti puoi fidare, e conclude con la U di umanità, sottolineando come «non c’è umanità senza emozioni e non ci sono emozioni senza umanità».
IL FUMO E I BAULI
Un uomo di teatro con una grande prova di teatro, in un monologo che si apre su un fumo che lo avvolge e che si dirada e che però ritorna ad avvolgere la scena minimale, fatta solo di bauli e di una tavola su cui Massini applica le lettere estratte, alla fine dello spettacolo. Quando non passa inosservato come lui stesso si sia e sia emozionato. E, in chiusura, il suo saluto al pubblico del Sociale è esso stesso un’emozione: «Buon teatro».
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