STORIE DI CLAN
Pentito fa luce sul cold case
Nicola Vivaldo ucciso a Mazzo di Rho dalla ‘Ndrangheta
Ucciso perché confidente delle forze dell’ordine. Dopo venticinque anni la Direzione distrettuale antimafia di Milano ha sciolto la nebbia che avvolgeva l’omicidio di Nicola Vivaldo, quarantunenne ammazzato il 23 febbraio del 2000 a Mazzo di Rho.
IL SOLITO CLAN
Sono state le dichiarazioni del pentito Emanuele De Castro a portare gli inquirenti alla soluzione del giallo: ancora una volta ci sarebbe la cosca di Vincenzo Rispoli dietro l’agguato.
Nei giorni scorsi i carabinieri hanno eseguito le ordinanze emesse dal gip Tommaso Perna nei confronti dei presunti autori: oltre al capo della locale di Legnano-Lonate - detenuto nella casa di reclusione dell’Aquila - , e al collaboratore di giustizia, le misure sono arrivate anche a Massimo Rosi, Stefano Scatolini, Stefano Sanfiippo e Vincenzo Gallace. Uomini legati al clan ‘ndranghetista di Guardavalle, i cui vertici avrebbero decretato la condanna a morte dell’informatore.
Vivaldo venne freddato sotto la casa di via Balzarotti intorno alle 23.30. Il tempo di far scendere la figlia dall’auto dicendole «ci vediamo dopo, ho un appuntamento» e i killer erano già accanto al finestrino della Hyundai Poni con le armi in pugno. Secondo la ricostruzione di De Castro - che nel 2019 decise di tagliare i ponti con la criminalità organizzata - a Mazzo arrivarono in tre: Scatolini alla guida di una Golf, piazzato di traverso nella stradina per chiudere possibili vie di fuga, Rosi e De Castro stesso. Sarebbe stato Rosi ad aprire il fuoco: quattro proiettili calibro 7.65 esplosi in faccia, sull’emivolto sinistro del quarantunenne.
PROVA DI FORZA
Per Rosi fu una consacrazione, la prova della sua affidabilità agli occhi di Rispoli. Così racconta De Castro al pubblico ministero Cecilia Vassena: «Sanfilippo era il capo della locale di Rho, vicino a Nunzio Novella. Un giorno mi chiamò Rispoli dicendomi che ci fosse da fare questo omicidio»: erano i Gallace a ordinarlo, chiedendo il supporto della cosca cirotana di Legnano-Lonate. «Rispoli mi disse se volevo partecipare perché lui non si fidava tanto di Massimo Rosi».
IL PROFILO
Nicola Vivaldo viveva di traffico di stupefacenti almeno dal 1989, fu la moglie a rivelarlo agli inquirenti all’epoca del delitto. Le avrebbe anche confidato di essere stato affiliato alla cosca Gallace, «il battesimo avvenne a Guardavalle, alla cerimonia era presente anche Gerardo Mannelli», riferì la donna.
Mannelli non era un personaggio qualsiasi, fu sindaco di Badolato dal 1997 al 2002 e poi nel 2016. Sta di fatto che Vivaldo negli ultimi mesi della sua vita voleva staccarsi da quel mondo. «Finisco questa e non ne voglio sapere più», ripeteva alla moglie. «Era stanco, diceva con insistenza di voler uscire dall’ambiente criminale, voleva che ci trasferissimo giù, voleva comperare un bar a Isca». Ma la ‘ndrangheta scrisse un epilogo diverso.
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