MALTRATTAMENTI
Colpi di mattarello alla madre: tre mesi d‘inferno
Porto Ceresio, condanna confermata in Appello a un giovane psicotico
Alla mamma fece vivere tre mesi di inferno. Nel vero senso della parola. Un inferno scandito da calci, pugni, schiaffi, sputi e persino colpi di mattarello. Ma anche caratterizzato da innumerevoli minacce di morte, come quando, incapace di tenere a bada i propri demoni, arrivò a brandire un coltello da cucina a pochi centimetri dalla madre. Per mettere fine a quel clima di violenza, urla, ansia e stress che si respirava H24 in quella casa di Porto Ceresio, tre anni fa proprio la madre del giovane disoccupato trentenne decise di sporgere denuncia.
Disturbi e stupefacenti
Impossibile sostenere da sola il peso di quell’incubo domestico, tanto più che il giovane da tempo doveva far fronte ad acclarati disturbi di tipo psicotico e, come se non bastasse, assumeva spesso e volentieri anche sostanze stupefacenti. Non è un caso che, talvolta, le reiterate condotte aggressive del giovane verso la madre fossero proprio finalizzate a farsi dare il denaro necessario comprare la dose.
Condanna confermata
Condannato a un anno e quattro mesi di reclusione all’esito di un giudizio con rito abbreviato dall’allora gup del Tribunale di Varese Niccolò Bernardi, che inoltre gli ha imposto la misura di sicurezza di un anno di libertà vigilata una volta scontata la pena, l’imputato, accusato di maltrattamenti in famiglia e lesioni, si è ora visto confermare la sentenza di primo grado dai giudici della prima Corte d’Appello di Milano. È stato respinto il ricorso del difensore, l’avvocato Massimiliano Carnelli che, per altro, aveva introdotto con i propri motivi di appello un argomento suggestivo. Preso atto che la perizia psichiatrica disposta in primo grado ha certificato la parziale infermità mentale del suo assistito in quanto un soggetto psicotico non schizofrenico con ideazioni persecutorie, istinti di abbandono e vissuto angoscioso, secondo il difensore sarebbe mancata nel suo assistito la coscienza e la volontà della condotta maltrattante. In altre parole, alternando momento di lucidità ad altri di buio, l’uomo non avrebbe avuto la piena consapevolezza di maltrattare il genitore. Di qui la richiesta di far cadere l’accusa di maltrattamenti anche perché le condotte sarebbero state prive di abitualità. I giudici della Corte d’Appello hanno però rigettato il ricorso. Intrapreso un proficuo percorso terapeutico presso il Cps, l’imputato ha per fortuna stabilizzato la propria situazione psichica.
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