IN CARCERE
Abusi su tre detenuti. «Pregiudizi perché gay»
Busto Arsizio, tecnico radiologo a processo. Le testimonianze
Omofobia o concrete molestie sessuali? La percezione dei tre detenuti sembra molto chiara: l’ex tecnico radiologo del carcere di via per Cassano avrebbe approfittato dei raggi x per allungare le mani e tentare di mettere a segno gli approcci boccacceschi. Buona parte dei testi ascoltati ieri in aula hanno però dato un’altra versione di ciò che accadeva nell’infermeria della casa circondariale: «Facevano commenti sulla sua omosessualità».
NON È LUI
«Anch’io un giorno dovetti fare una radiografia ai polmoni, il tecnico mi disse di togliermi le mutande io mi rifiutai e la cosa, almeno con me, finì lì. Comunque non è lui, il tecnico lo riconoscerei ovunque, non era questo il radiologo. Aveva i capelli lunghi, camminava e si muoveva in modo...» pochi istanti di incertezza prima di concludere la frase, che alla fine è rimasta incompiuta. Il teste, che per alcuni giorni condivise la cella con uno degli stranieri vittime di abusi, di fatto ha scagionato l’imputato. Poco importa che nel periodo in cui sarebbero accaduti gli episodi contestati - da maggio ad agosto 2022 - l’operatore fosse lui e che solo per poche settimane fosse stato affiancato da una collega dimissionaria. «Sono sicuro, lui non c’entra niente».
LA DENUNCIA
Fu la moglie del brasiliano a far emergere i presunti abusi. Il marito glieli raccontò durante un colloquio e lei, essendo tra l’altro avvocato, segnalò subito tutto alla direzione. «Voi brasiliani a letto siete i migliori, tu sei molto affascinante», avrebbe esordito prima dell’esame il tecnico trentunenne. L’uomo si confidò anche con alcuni concellini e così vennero a galla i casi di un pakistano cinquantaseienne e di un marocchino trentatreenne, psichiatrico e assiduo frequentatore dell’infermeria: «Ingoiava sempre di tutto, una volta mandò giù un cavallino giocattolo, un’altra volta tre pile», hanno spiegato i testi. Ieri, davanti al collegio presieduto dal giudice Cristina Ceffa, hanno deposto agenti della polizia penitenziaria, personale sanitario e personale dell’area trattamentale.
PREGIUDIZI
«Alcuni detenuti erano scocciati perché il tecnico era gay, anche tra gli agenti giravano commenti, addirittura il nostro coordinatore un giorno mi disse che avrei dovuto parlargli. Ma parlargli di cosa, risposi io e il discorso finì così, non c’era altro da aggiungere», ha ricordato la collega dell’imputato che con lui lavorò solo nel periodo dell’inserimento e che dopo poco tempo andò altrove. «Credo che i problemi non ci fossero, era tutto ingigantito per via del suo orientamento sessuale. Tutti gli riconoscevano la professionalità ma lo criticavano per le inclinazioni. Qualcuno tra i detenuti mi disse di sentirsi a disagio perché il mio collega li toccava un po’ troppo, sta di fatto che fin quando rimasi io in servizio in carcere non accadde nulla, via io invece è scoppiato il finimondo», ha concluso la teste. La prossima udienza sarà dedicata all’esame dell’imputato, che è difeso dagli avvocati Cesira Gabriella Gabriele e Patrizia Pancanti. Ma sarà a febbraio 2027, per la sentenza, quindi per l’accertamento dei fatti, c’è ancora molto da aspettare.
© Riproduzione Riservata


