PATRIMONIO ARTISTICO
Alla scoperta dell’Italia con Nicolas Ballario
Conduttore radiofonico e autore di trasmissioni dedicate all’arte contemporanea: ha visitato musei, fondazioni e piazze in tutta la Penisola

Da Rovereto a Napoli, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia: ha percorso centinaia di chilometri in oltre vent’anni. Ha visitato musei, fondazioni, piazze. L’esito della “fatica” di Nicolas Ballario, curatore e conduttore televisivo e radiofonico, autore di numerose trasmissioni dedicate all’arte contemporanea è 100 Luoghi del contemporaneo, una guida e, insieme, un lungo viaggio attraverso il nostro Paese.
Come scrive nella prefazione Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, «i cento luoghi censiti restituiscono una moltitudine di spazi, una geografia estesa, una costellazione di energie pubbliche e private. L’Italia è dunque una terra, una meta della cultura contemporanea. L’Italia è contemporanea». Dal libro emerge un territorio ricco di luoghi del contemporaneo che «hanno le porte aperte (anzi, alcuni le porte proprio non le hanno) e sono pronti ad accogliere chiunque abbia voglia di entrare». Questa originale guida ragionata si rivolge al grande pubblico con un linguaggio fresco e comprensibile, con l’intento di aprire una finestra su un patrimonio incredibile e spesso sottovalutato o poco conosciuto. Ne abbiamo parlato con l’autore.
Ballario, perché questo libro?
«Mi occupo di arte contemporanea e di comunicazione e questo libro è il frutto di anni di lavoro in questo ambito. In Italia possiamo godere di un patrimonio artistico del passato pazzesco, la cui importanza spesso ha fatto sì che l’arte più recente fatichi a emergere. Ci tantissimi luoghi, nessuno aveva mai provato a metterli insieme, e credo fosse necessario per dimostrare che in Italia abbiamo un valido percorso d’arte contemporanea».
Da una mappatura completa come questa, quale situazione del contemporaneo emerge in Italia?
«Nel mercato internazionale dell’arte contemporanea l’Italia vale meno dell’1 per cento. Non ci sogneremmo mai di misurare l’arte solo attraverso il suo valore commerciale, ma sicuramente i mercati possono essere una cartina di tornasole dello stato di salute di un sistema. Nonostante questi dati e nonostante, come abbiamo visto, il “peso” del patrimonio storico, ci sono tante eccellenze italiane anche nel contemporaneo che, come sappiamo, è l’arte più ostica, quella del «Lo potevo fare anch’io», quella considerata elitaria e poco accessibile ai più. C’è infatti una fitta rete di professioniste e professionisti che cerca di resistere, di colmare il gap di formazione che in Italia avvolge l’arte più recente. Inoltre, numerosi artisti internazionali scelgono di lavorare in Italia: in questo modo si crea una specie di sottobosco vivacissimo, per cui non possiamo individuare un vero centro dell’arte contemporanea in Italia, ma ci sono spazi nati grazie alla passione degli artisti e questa particolarità del nostro territorio dovrebbe essere più sfruttata e valorizzata».
Cosa pensa dell’eterna polemica sull’assenza di un museo del contemporaneo pubblico a Milano?
«A Milano ci sono tantissimi spazi, c’è una programmazione meravigliosa, il museo del Novecento, spazi che stabiliscono dialoghi tra arte antica e contemporanea. A partire dagli anni Novanta, le fondazioni private hanno messo in campo le proprie forze per sopperire alla mancanza di un attore pubblico. Questa virtù l’abbiamo insegnata al mondo. Oggi, sarebbe bello se gli spazi pubblici di Milano iniziassero a trattare di più arte contemporanea. Brera, ad esempio. Non serve uno spazio ma che tutti gli altri spazi, non solo quelli dell’arte, riaprissero all’arte contemporanea».
Dalla sua ricognizione, quali sono le città più attive?
«Milano negli ultimi anni è diventa un centro importantissimo. Roma e Torino. Credo però che il nostro valore sia quello di cui si diceva prima, cioè che l’arte contemporanea è diffusa, dalle grandi città ai piccoli borghi».
Il luogo più inaspettato?
«Se dovessi scegliere un solo posto direi il cretto di Burri a Gibellina, è difficile trovare un’opera così bella e potente nel mondo. Burri riesce, attraverso quel cemento, a sovvertire l’idea classica di bellezza, quella che la società insegue: con quest’opera Burri ci invita quasi a prendere per mano la morte. Burri sa che il trauma è ovviamente delle persone lì sotto sepolte, di un paese che ha dovuto cambiare velocemente e violentemente il percorso tracciato della sua storia, ma anche di ognuno di noi e persino dell’artista stesso. Burri trasforma un luogo di morte in luogo di vita».
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