IL CONCERTO
Andrea Van Cleef al Black Inside
L’artista venerdì 27 febbraio presenta il suo sound tra America e Nord Europa. «I miei brani hanno tante atmosfere»
Grazie alla collaborazione con Visioni Musicali, il viaggio del Black Inside attraverso le strade del rock questa settimana fa rotta verso un territorio immaginario desertico, dai tratti folk ‘scuri’, psichedelici, e dalle sonorità elettriche minimali grazie a un sound che ha in sé un’attitudine profondamente americana, ma anche una sensibilità orientata verso il nord-Europa.
A creare queste atmosfere sarà Andrea Van Cleef, songwriter bresciano che con i suoi concerti ha viaggiato in Italia, in Europa e si è esibito negli States, che salirà sul palco del locale di via Primo Maggio venerdì 27 alle 21.30 con il meglio della sua musica e del disco “Horse Latitudes”, pietra angolare della sua produzione.
Artista dalla vena compositiva ispirata, Andrea Van Cleef ha compiuto un percorso spaziando dallo Stoner-Rock al Folk dark-psichedelico. Chitarrista e cantante dalla vocalità unica, spesso avvicinata a quella di Johnny Cash e Nick Cave, Andrea Van Cleef si esibirà al Black Inside accompagnato dai BlackJacks di Pietro Gozzini (contrabbasso, cori), Simon Grazioli (mandolino, chitarra, cori), Simone Helgast (batteria), Giulia Mabellini (violino), Matteo Rossetti (piano, organo).
Andrea, in che modo riesce a coniugare l’ispirazione americana e quella nord-europea?
«Da un punto di vista personale, perché sono tutte componenti del mio modo di essere. Sono appassionato di musica da quando ero bambino e mi sono laureato in Storia dell’America del Nord. Ho suonato in giro per l’Europa musica Heavy-Stoner, dunque è il risultato di un percorso molto naturale. Della vita che ho vissuto».
Come affronta la scrittura di musica e testi?
«Quando avevo delle band si partiva più da idee musicali. Invece come songwriter, quando scrivo un brano, parto da un testo o da un racconto e la musica viene dopo, però entrambe le componenti sono importanti».
Quali storie ama raccontare?
«I miei brani hanno tante atmosfere e i testi sono simbolici, con una serie di riferimenti. Sono anche una chiave di lettura per capire me stesso e il periodo che vivo quando scrivo. Trovo anche dei riferimenti nella letteratura. Ad esempio lo scrittore americano Cormac McCarthy, autore del romanzo “Non è un paese per vecchi”, oppure il britannico Alan Moore autore di “Voice of Fire”. Nei miei brani cerco di dare spunti trasversali in grado di unire le persone».
Per lei quanto conta la ricerca del suono?
«Tantissimo. Nell’ultimo disco in studio mi è stato possibile lavorare molto su questo aspetto. Ho potuto scegliere di usare solo strumenti acustici. È stata fondamentale la collaborazione con Mat Smith che mi ha permesso di trovare un suono arcaico».
A giugno 2025 ha pubblicato il live “Greetings from Slaughter Creek“, registrato in Texas. Com’è stato suonare nella terra d’origine della sua musica?
«Mi sono sentito a casa anche in maniera strana: ho fatto meno fatica a suonare lì che qui in Italia. Ho trovato un clima molto accogliente e ricco di curiosità verso le mie canzoni e i miei testi nonostante per loro fossi uno straniero».
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