AL DIOCESANO
Gentileschi, Adorazione capolavoro

Non ci sono le eroine bibliche, Giuditta che taglia la testa di Oloferne, Giaele che uccide Sisara con il picchetto della tenda, coraggiose protagoniste dei suoi dipinti. Nella grande tela per il duomo di Pozzuoli, Artemisia Gentileschi (1593-1654) «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto e simili essenzialità», secondo Roberto Longhi, ritrae Maria.
La sua bellezza pensosa e raccolta, gli occhi rivolti al Figlio appena nato, in un misto di serenità, profondità, tenerezza, contemplazione. Non si può non rimanere colpiti da quegli occhi e da quel volto, ammirando per la prima volta a Milano la sua Adorazione dei magi.
L’opera è in questi mesi esposta – a cura di Nadia Righi e Roberto Della Rocca - al Museo Diocesano, per l’atteso appuntamento natalizio «Un capolavoro per Milano».
Si tratta di una delle grandi tele del ciclo voluto dal vescovo Martìn de Lèon y Cardenas per la cattedrale di Pozzuoli, quale ex voto per lo scampato pericolo da un’eruzione del Vesuvio.
Il prelato aveva radunato i migliori artisti attivi nel napoletano e anche la Gentileschi, da poco arrivata in città. Artemisia realizza questa e altre due tele intorno al 1635, prima di ripartire alla volta di Londra, per raggiungere il padre Orazio. Grazie a lui Artemisia aveva scoperto la passione per pennelli e pigmenti e aveva voluto seguirne le orme, riuscendo a emergere in un ambito spesso maschilista grazie a uno straordinario talento.
Fuggita da Roma in seguito a tormentate vicende personali – diciottenne era stata vittima della violenza di uno dei collaboratori del padre e aveva subito in seguito un drammatico processo - era approdata prima a Firenze, dove aveva ottenuto fama e riconoscimenti, poi di nuovo a Roma e a Venezia, fino a Napoli. Il vivace ambiente culturale e la fervida attività artistica della città partenopea doveva sembrare attraente all’ambiziosa pittrice.
Qui, Artemisia, meditando sui lavori dei colleghi napoletani, traduce la lezione caravaggesca in toni più “moderati”: utilizza una gamma cromatica essenziale, giocata sui rossi, blu e gialli, e crea un’atmosfera insieme solenne e di affettuosa intimità, grazie a un sapiente gioco di sguardi.
Lo stupore si unisce alla contemplazione nell’opera di questa pittrice riconosciuta già dai contemporanei come «miracolo della pittura più facile da invidiare che da imitare».
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