IL MITO
L’amore di Morse per Varese: «Mi sei nel cuore»
«Oggi comandano le risorse e vince chi ne ha di più, peròil calore del pubblico è un buon segno: l’amore dei varesini si sente»
Bob Morse e Varese, un binomio inscindibile e inossidabile anche 54 anni dopo il suo primo impatto con la città-Giardino. Ogni visita in città dello straniero più amato di tutti i tempi è una festa, e così è stato anche negli ultimi giorni del tour italiano del gruppo di amici che ha accompagnato in Toscana tra la tappa iniziale a Reggio Emilia e quella finale a Varese. Dove il 75enne ex bomber della “Valanga Gialloblù” torna ogni anno ricevendo manifestazioni di affetto trasversali a prescindere dal fattore anagrafico. Gli ormai numerosi Under 55-60 che non hanno mai visto giocare dal vivo Bob Morse si sono egualmente impossessati del mito del miglior realizzatore di tutti i tempi in maglia Pallacanestro Varese.
«Quando arrivai qui nel 1972 c’era già un nucleo molto forte, con 4 Nazionali e un play che la Nazionale l’aveva lasciata per scelta; tutti e cinque – Meneghin, Zanatta, Flaborea, Bisson e Ossola – oggi sono nell’Italian Basketball Hall of Fame. Mi scelse Aza Nikolic pensando di migliorare la squadra nel duello storico col Simmenthal: dovevo sostituire Raga in campionato e aggiungere stazza, difesa e rimbalzi per limitare Bariviera. Il primo anno abbiamo vinto tutte le competizioni – campionato, Coppa Campioni, Coppa Intercontinentale e Coppa Italia – e io fui capocannoniere della serie A; poi non poteva sempre andare altrettanto bene come nel Grande Slam del 1972/73, ma riuscimmo praticamente a vincere una competizione ogni anno della mia permanenza a Varese».
Morse ha dato tanto a Varese, ma anche Varese ha dato tanto a Morse, indirizzandola verso la sua attività dopo aver chiuso la carriera da giocatore...
«Nove anni qui mi hanno insegnato tanto, non solo dal punto di vista del basket ma anche della vita. Ho imparato l’italiano e sono diventato ambasciatore della vostra cultura negli Stati Uniti, prendendo la laurea per poter diventare professore di letteratura italiana che insegno da 29 anni. E ho girato tutte le regioni d’Italia accompagnando amici e connazionali nei loro viaggi».
Dieci finali consecutive di Coppa dei Campioni nel periodo in cui poteva partecipare solo la squadra campione d’Italia o la detentrice: ritiene che si tratti di un record imbattibile per qualsiasi sport di squadra?
«Sono d’accordo, fare come o meglio di noi è praticamente impossibile. Siamo riusciti per un periodo molto lungo nello sport di vertice a portare una piccola città da 80mila abitanti a lottare contro colossi come Real Madrid, Cska Mosca e Maccabi Tel Aviv. È una cosa molto insolita e spiega il fatto che siamo diventati leggende; era un periodo d’oro per la pallacanestro varesina grazie anche agli investimenti di Giovanni Borghi. Ma era un periodo d’oro in generale per il basket italiano».
Cosa è rimasto di quel ciclo straordinario nel quale Varese è diventata sinonimo di pallacanestro in Europa e nel mondo?
«Un simbolo importante di quel periodo indimenticabile è il “percorso Ignis” creato in città (12 punti inaugurati nel 2013, ndr), le fotografie dei luoghi dove è stata fatta la storia e delle vittorie straordinarie di quell’epoca. È un bel tributo a momenti che hanno regalato gioie straordinarie a Varese, alimentando la sua fama di città di basket. Ogni tanto nelle mie visite annuali mi capita di passare dove sono esposte le foto; una volta c’era un signore di Grosseto che stava indicando me sull’immagine della vittoria del 1975 di Anversa proprio mentre arrivavo alle sue spalle. Mi sono presentato ed ha vissuto una grande gioia».
Dai fasti delle vittorie con lei protagonista agli ultimi 26 anni senza aggiungere un nuovo stendardo a quelli appesi sopra la Curva Nord: c’è un po’ di rammarico?
«Sono stato al palasport negli ultimi anni ed ho visto un pubblico molto entusiasta con tribune sempre piene come ai miei tempi. Seguo sporadicamente la serie A italiana limitandomi solo a Varese, mi fa piacere che quest’anno abbia l’Openjobmetis sfiorato i playoff nonostante un budget non altissimo. Oggi come ieri comandano le risorse e vince chi ne ha di più; però il calore del pubblico è sempre un buon segno, conferma l’amore dei varesini verso la pallacanestro, sport che fa parte della struttura culturale di questa provincia».
Lei ha un rapporto strettissimo con Varese come tanti altri giocatori – Yelverton, Sacchetti e ultimamente Luis Scola – che si sono fermati a vivere qui a fine carriera: da cosa dipende?
«È un insieme di fattori, che comprende il calore della gente nei confronti dei giocatori della squadra di basket entra nel cuore, la bellezza del paesaggio e la tradizione alimentata dalla leggenda che abbiamo creato noi negli anni ‘70. Varese è una città molto vivibile e molto verde, nonostante le frequenti piogge si sta bene, non è affollata come Milano. Io sono cresciuto in campagna e dal primo giorno che ho visto le montagne e il Sacro Monte mi sono sempre trovato a mio agio; sono convinto che molti altri ex idoli di Masnago la pensino come me».
Ha avuto modo di conoscere Luis Scola e come vede il suo impegno alla guida della Pallacanestro Varese?
«L’ho conosciuto qualche anno fa, ci siamo salutati e abbiamo chiaccherato per qualche minuto. Il suo impegno da dirigente proviene anche dal fatto che ha giocato qui per un anno e abbia trovato a Varese una dimensione ottimale per lui, portando la famiglia e appassionandosi alla gestione della società. Certamente la sua esperienza da giocatore ha influenzato le sue scelte e le sue strategie».
Oggi ci sono ragazzi di Varese pronti a sbarcare nel mondo del basket universitario: da ex stella della Pennsylvania University dal 1969 al 1972 consiglia l’esperienza tecnica e umana, al di là dell’aspetto economico con la novità NIL?
«È certamente una grande esperienza di vita: c’è un cambio di mentalità, si impara l’inglese che è una lingua molto utile, e si fanno delle amicizie che durano per la vita. I migliori amici che ho li ho conosciuti ai tempi dell’università. Il fattore economico cambia ovviamente tutto rispetto al periodo quando giocavo io; oggi è una situazione da “far west”, speriamo possa essere regolamentato in maniera adeguata».
Da americano che ha giocato in Europa per tutta la carriera, come giudica l’operazione NBA Europe? Ritiene che lo sport business all’americana possa trovare terreno fertile in un mondo più vicino a quello dei college per il calore del tifo?
«Non conosco tutti i dettagli, di certo la NBA negli Stati Uniti è una macchina da guerra sul piano economico, principalmente per il valore enorme dei diritti televisivi che sono cresciuti a dismisura nell’ultimo periodo. Bisogna vedere se le televisioni europee condividono questo sistema di fare contratti così onerosi; per offrire un prodotto interessante ci vogliono risorse importanti. Ma quel che è sicuro è che la NBA non fa nulla se non lo ritiene un buon investimento, e tutto questo interesse mi fa pensare che credano di poter esportare il loro modello e ottenere ricavi».
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