BEETHOVEN
Un genio sordo che divenne un mito

Ci sarebbero dovuti essere concerti e manifestazioni in ogni angolo del mondo per il 250° anniversario della nascita di Ludwig van Beethoven, invece con il dilagare della pandemia questo anniversario sta scivolando via senza sussulti.
Al pari di Mozart, Beethoven è diventato un’icona della musica, trascendendo la sua storicità per radicarsi come simbolo nell’immaginario collettivo. Un simbolo di tutto, dal compositore ribelle con i capelli arruffati al profeta della concordia universale tra i popoli, motivo per cui l’ Inno alla gioia della Nona sinfonia è diventato l’inno europeo. È stato ed è il compositore per eccellenza del Classicismo viennese ma anche un compositore romantico, come lo consideravano i contemporanei, e un visionario anticipatore della musica del futuro, soprattutto con gli ultimi Quartetti per archi.
Un simbolo così potente che anche la pop art se ne è appropriata, come dimostrano le celebri serigrafie di Andy Warhol. Ufficialmente Beethoven è nato a Bonn il 17 dicembre del 1770, anche se forse la data va anticipata al giorno prima. Il padre, un modesto tenore di corte, lo costringeva allo studio del pianoforte anche con maniere brusche, fino a rinchiuderlo in cantina quando si rifiutava di esercitarsi. Ebbe però modo di formarsi con un insegnante di grande valore come Neefe, prima di trasferirsi a Vienna, a 22 anni, per studiare con Haydn, anzi «per ricevere lo spirito di Mozart dalle mani di Haydn», come gli augurava il suo mecenate, il conte Waldstein.
A Vienna il giovane Beethoven si fece notare come pianista, soprattutto per le sue doti di improvvisatore, e in pochi anni fece una vertiginosa ascesa artistica e sociale, che lo avrebbe portato ad essere il musicista più in vista della città. Beethoven fu il primo musicista moderno della storia, che si affranca dal ruolo di dipendente al servizio di un principe per presentarsi al pubblico come libero professionista, in grado di porsi sullo stesso piano dei nobili mecenati che lo finanziavano senza però averlo al loro esclusivo servizio, a differenza di quanto era accaduto per Haydn e in parte anche per Mozart. Un libero professionista imprenditore di se stesso, capace di gestire i rapporti con gli editori e di massimizzare i profitti della vendita delle sue opere, senza farsi troppi scrupoli quando si trattava di affari (basti dire che si fece dare 50 sterline dalla London Society per la prima esecuzione assoluta della Nona sinfonia, la quale invece ebbe luogo a Vienna). Era un musicista di ampi interessi culturali, dalla poesia contemporanea alla filosofia di Kant.
Il suo demone furono i problemi all’udito, che nell’ultimo quindicennio di vita si aggravarono fino a renderlo quasi completamente sordo, contribuendo a inasprire un carattere già poco socievole di suo. Le cause della morte, invece, si devono al suo secondo demone maligno, il vizio del bere: Beethoven infatti morì a Vienna il 27 marzo del 1827, a cinquantasette anni non ancora compiuti, di cirrosi epatica. Il demone però che lo ha reso immortale è stato quello della musica, un demone esigente, che lo tormentava di continuo costringendolo a portare con sé durante le passeggiate un taccuino su cui annotare le idee e i temi che gli venivano in mente all’improvviso ed a rivedere furiosamente i manoscritti, sempre pieni di correzioni e di cancellature. Da questa ansia, però, nasceva l’armonia e il risultato del suo lungo e faticoso processo creativo sono pagine non solo di una straordinaria bellezza ma di una straordinaria coerenza della forma.
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