ALIMENTAZIONE
Un olio quasi santo

Sembra di stare in un piccolo angolo di Toscana, con cento ulivi che da un pratone scendono lungo una collina fino ad affacciarsi sul Lago Maggiore, nel Luinese.
Ci si trova invece a Brezzo di Bedero, dinnanzi all’antica canonica di San Vittore, una basilica romana del XII secolo eretta in posizione dominante dove è stato rinvenuto il più antico antifonario ambrosiano che ha dato il nome allo speciale olio prodotto nei pressi della pieve: Antiphonarium.
A prendersi cura di questo uliveto da tempo immemore è stata la famiglia Broido, con il papà Giovanni e la mamma Mariangela Lecchi, entrambi deceduti nel 2017.
L’eredità, non solo del lavoro vero e proprio della terra ma anche spirituale, è passata al figlio Paolo, stimato professionista, ed alle sue figlie, Veronica ed Elisa. Tutti continuano la cura di questo terreno, di queste piante, carezzate dalla resistenza contro un clima non sempre così mite e dai venti aspri del Maggiore.
«L’ispirazione di questo nome per il nostro olio che non vendiamo, è solo per noi, non è commerciale - dicono dalla famiglia Broido -, è legata all’imponente visione della chiesa Collegiata di San Vittore, grandiosa basilica romana del XII secolo, eretta in cima al monte Bedali, in posizione dominante. La chiesa fu costruita nel 1137 da Guglielmo, prevosto della Valtravaglia, sotto l’autorizzazione di Robaldo, arcivescovo di Milano. Alcune stratificazioni architetturali lasciano comunque presumere l’esistenza di un precedente edificio di culto di notevole importanza, come si può dedurre dall’epigrafe paleocristiana rinvenuta nel corso di operazioni di restauro, che rivela la sepoltura di un alto personaggio, forse un console romano. La Canonica fu per secoli il centro di una delle più vaste pievi rurali lombarde, la pieve di Travaglia, che si estendeva dalla Veddasca alla Valcuvia. A testimonianza del suo nobile passato, la chiesa conserva ancora quattro antichi Antifonari, preziosi codici musicali, fondamentali per gli studi di paleografia musicale del canto ambrosiano; il più antico di essi, il cosiddetto “codice b”, risale al XII secolo; gli altri risalgono al XIV secolo».
Ma non è tutto, la Storia con la «S» maiuscola ha voluto caratterizzare ulteriormente questo insediamento di ulivi che passano accanto alla linea di difesa della frontiera Nord, la cosiddetta Linea Cadorna, preparata nel primo conflitto mondiale e, fortunatamente, mai usata.
L’elemento che suscita curiosità è proprio la presenza di questi ulivi sul Lago Maggiore ma gli stessi Broido specificano che forse il dato è poco conosciuto ma non così sorprendente.
«Un tempo l’ulivo cresceva bene anche sulla sponda piemontese del Lago Maggiore - dicono - e in alcuni paesi collinari nella zona sopra Arona, una coltivazione durata almeno quindici secoli. L’olio che si otteneva dalla spremitura delle olive del lago era di particolare pregio in quanto, oltre al sapore estremamente delicato e al bassissimo grado di acidità, vantava, per effetto delle particolari condizioni di clima e di composizione del terreno, una combinazione organolettica tale da renderlo straordinariamente digeribile e vitaminico. Per tutti questi motivi veniva utilizzato in molte diete alimentari e in particolare era indicato per quelle dei bambini e degli anziani. Inoltre era un ricercatissimo e pregiato elemento di alta gastronomia e c’è ancora qualcuno che ricorda con nostalgia quanto fosse impareggiabile e unico il filetto del pesce persico del lago fritto nell’olio del Verbano».
Spiegano i Broido che, da loro ricerche, hanno scoperto frantoi e grossi torchi in funzione a Borgomanero, Massino Visconti, Miazzina e Cannero Riviera, luoghi dove venivano portate per la spremitura le olive prodotte nelle zone di Dormelletto, Gattico, Barquedo, Massino, Nebbiuno, Solcio, Villa, Lesa, Belgirate, Stresa, Isola Madre, Mergozzo, Suna, Oggebbio, Cannero, insomma vi era una filiera che nulla aveva da invidiare a quella di altre blasonate regioni.
«Le olive erano di pezzatura piuttosto piccola, tipo quelle dell’attuale “leccino” che abbiamo anche noi, però la resa in olio era veramente elevata: due otri abbondanti ogni cento litri di olive.
Nei primi anni del Novecento ha avuto inizio la fase discendente degli uliveti del Lago Maggiore fino a nell’inverno del 1929, a causa del clima rigido, si arrivò all’estirpamento delle piante.
Vi sono tuttavia alcune piante secolari sparse sul territorio che testimoniano un periodo ormai scomparso con ulivi adatti alla zona come moraiolo, frantoiano, pendolino e leccino. Sarebbe bello pensare a un ritorno in grande stile di questo simbolo, per altro di buona salute e pace tra popoli.
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