IN SALA TRAMOGGE
Buttafuoco a FilosofArti con “La domanda di Nietzsche”
Il presidente della Fondazione La Biennale di Venezia al festival di filosofia a Busto Arsizio
All’ingresso, in una Sala Tramogge dei Molini Marzoli di Busto Arsizio senza posti liberi, martedì sera – 12 febbraio – Pietrangelo Buttafuoco si fa un selfie, inquadrando alle sue spalle il pubblico, con l’assessora alla cultura Manuela Maffioli, la direttrice artistica di FilosofArti Cristina Boracchi ed Edoardo Macchi, moderatore della lectio magistralis del presidente della Fondazione La Biennale di Venezia. Che nel primo dei dodici incontri in programma a Busto Arsizio del festival di filosofia promosso dal Centro Culturale Teatro delle Arti di Gallarate e giunto alla sua ventiduesima edizione, dedicata al tema “Nodo/Reti”, porta una riflessione su “La domanda di Nietzsche”.
«La domanda – spiega Buttafuoco – che si pone riguardo al crocifisso. E questi sono i tre capitoli del “martirio”, tre capitoli che accompagnano la nostra coscienza, il nostro orizzonte mentale, perfino quello sociale, che comincia con il figlio di un dio partorito e custodito nel polpaccio del padre, e sto parlando di Dioniso, questo virgulto simbolo di bellezza e di innocenza che viene sbranato eucaristicamente dalle Menadi». E poi un figlio innocente, puro, crocefisso «mangiato in quell’idea che l’innocenza è sacrificio per tutti, carico della colpa di tutti». E infine non il figlio di un dio, «ma il prediletto, nel compimento della rivelazione, anche lui in punto di bellezza, di innocenza e di forza», che viene «individuato come capro espiatorio del rancore, dell’avversione di tutti».
Un discorso ampio, forte e complesso, che secondo Buttafuoco, nella nostra contemporaneità, «si riferisce all’istinto di tutti, che è quello di farsi branco e di maturare sempre un’avversione verso ciò che è portatore di bellezza, di innocenza e di candore». Ma questo branco potrebbe trasformarsi in qualcosa di positivo? «Io credo – risponde Buttafuoco – che sia una componente umana che arriva da lontano, che ci portiamo sempre, ed è il combattimento continuo che facciamo con la parte di noi che è votata al male, il combattimento continuo a cui siamo chiamati tutti: emanciparci dalla nostra stessa natura ferina».
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