IL REPORTAGE
Chernobyl, colore per chi resta
Dieci anni di atomo e storie umane nel libro racconto di Alessandro Tesei. Quarant’anni dopo nel luogo dove la morte si cristallizza e la vita resiste
Il valore sociale del documentario e l’interesse per il racconto a cavallo tra il documentario e il reportage: questo il punto di partenza che ha dato vita a Chernobyl Life and Death. Ciò che resta e ciò che resiste a 40 anni dal disastro (Magenes editore), il volume fotografico che raccoglie fotografie scattate negli ultimi tre anni da Alessandro Tesei, regista di documentari e fotografo di reportage specializzato nel rapporto tra uomo, radiazioni e territori abbandonati, e che nel 2012 ha fondato il collettivo Ascosi Lasciti, che si occupa di urbex e documentazione fotografica di luoghi abbandonati. Collaboratore di varie testate, tra cui Le Iene, Left, Inside Over, RSI, Internazionale, e con documentari premiati in festival internazionali, Tesei si occupa dal 2011 di inquinamento radioattivo. La prima volta è stato quasi in maniera casuale, a Fukushima. «Il tipo di inquinamento nucleare ha una natura difficile da comprendere – spiega -, ha zone d’ombra anche in ambito scientifico, anche perché è un argomento nato recentemente. Ha una natura “sfuggevole” e una ricaduta sulla salute umana studiata ancora pochissimo». Quello che raccoglie in questo volume è però un lavoro che va ben più indietro dei tre anni, è una sorta di «riepilogo», come lo definisce lui, dei dieci in cui ha seguito Chernobyl e tante persone con cui ha parlato anche precedentemente. «Una summa di dieci anni di lavoro – spiega – anche se mai avrei pensato di lavorare su foto, io che nasco videomaker». E invece ecco un libro prezioso, costruito anche in maniera particolare: due sezioni separate da una doppia copertina e da una stampa invertita. Dove “Death” è la parte dedicata alle fotografie di rovine e “life” racconta le storie delle persone che tra quelle rovine ancora vivono. «Sono due parti speculari – sottolinea Tesei -: l’esplorazione dei luoghi abbandonati fusa con l’esplorazione dei luoghi dei disastri atomici, documentando la vita delle persone attorno ai luoghi del disastro nucleare. Raccontare i luoghi abbandonati esclude le persone. Io volevo invece raccontare anche la vita di chi ancora vive e combatte nei luoghi del disastro nucleare. Sono due visioni distanti per le quali cambia anche lo stile fotografico: nei luoghi c’è una geometria, nelle persone cerco l’espressività». Due mondi che Tesei racconta in questa idea della suddivisione speculare del volume, due mondi che non si riuscivano a mischiare. «Per i luoghi abbandonati ho scelto il bianco e nero, a simboleggiare luoghi morti, cristallizzati nel tempo: la morte, i luoghi dimenticati che non torneranno a ospitare vita, le città abbandonate». E poi gli intrecci di persone che si muovono, per esempio come guide, in questi luoghi, ma anche chi vive ai margini dei luoghi inquinati e che lotta «con le malattie, la povertà, oggi anche la guerra, elemento che ha reso ulteriormente difficile la vita di chi è già in una situazione complicata». La parte delle persone è a colori, con didascalie che accompagnano le immagini e cercano di identificare le persone sulla base di quello che fanno e dell’importanza che hanno nella storia. Tra queste, Tesei ne cita una: il professor Bandazhevsky, «bielorusso, probabilmente l’unica persona al mondo che ha studiato gli effetti sulla salute dei bambini del cesio radioattivo, che esce dopo i disastri nucleari e che è estremamente tossico e pericoloso. Ha all’attivo molte pubblicazioni e dovrebbe essere invitato nel mondo, invece vive nella guerra a Kiev e viene tenuto ai margini». E mentre del nucleare si parla poco, in questo libro invece sembrano parlare anche i luoghi, grazie al fatto che Tesei dà dei luoghi che “racconta” le coordinate gps da Google Maps. Perché se di persona non ci si può andare, in questo modo si può però affrontare un tour virtuale che aiuti a capire. Anche attraverso un libro che è testimonianza e memoria contemporanea e che documenta un mondo, una cultura i suoi testimoni.
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