URSS
Come Gorbaciov demolì la Guerra Fredda
Per il Segretario Generale del Partito Comunista, il progresso del mondo è possibile solo attraverso una riconciliazione universale fondata sulla pace

Eletto l’11 marzo 1985 Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov sa di dover fare in fretta. L’Urss sta perdendo terreno contro l’Occidente e le “tigri asiatiche”: «Siamo circondati non da eserciti invincibili, ma da economie superiori», dice. Il piano dunque è la perestrojka, la ristrutturazione dell’economia, insieme alla glasnost, la trasparenza e la libertà di critica.
Fondamentale, innanzitutto, migliorare i rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa: politica estera e interna infatti sono connesse, le spese militari per la difesa divorano fondi enormi e l’Urss comunque perderebbe una nuova corsa agli armamenti.
Ma non è solo tattica, anzi: per Gorbaciov il mondo è interdipendente, la sicurezza non dipende dalla potenza, ma dalla rinuncia all’utilizzo della forza. La sua è una rivoluzione concettuale, che ribalta le fondamenta stesse della Guerra Fredda: «L’equilibrio del terrore« deve essere sostituito dal riconoscimento dei legittimi bisogni di ognuno. Gorbaciov propone di eliminare le armi nucleari entro il 2000. A suo parere sono inutili: «Se uno dei due paesi si impegna per accumulare armi mentre l’altro non fa nulla, quello che si arma non trarrà comunque un guadagno», perché «Ogni tentativo di usarle per risolvere i problemi sarebbe un suicidio».
Soprattutto incontra Ronald Reagan, prima a Ginevra, poi l’11 ottobre del 1986 a Reykjavik e il 7 dicembre 1987 a Washington. Ne nasce una vera amicizia e insieme iniziano a smantellare l’antagonismo nucleare: la sicurezza non deriva dalla superiorità militare, o dal rischio della “mutua distruzione assicurata”, bensì dalla consapevolezza che nessuna superpotenza si sente minacciata.
Gorbaciov viaggia per il mondo e parla di “casa comune europea”, della prevalenza degli “interessi dell’umanità”. Viene accolto ovunque come l’uomo del cambiamento e ben presto nasce la “Gorbymania”: nel 1987 il settimanale «Time» lo nomina “uomo dell’anno”, nel 1990 vince il nobel per la pace. Diventa anche una icona “pop”: nelle discoteche italiane si balla Tovarisch Gorbaciov, in Germania Nina Hagen incide Mikhail, Mikhail, mentre in America si vende il “Gorbydoll”, un bambolotto con la falce e il martello sulla fronte.
Poi, il 7 dicembre 1988 arriva a New York, all’Assemblea generale dell’Onu. E pronuncia un “discorso di Fulton al contrario”. A Fulton, è noto, il 5 marzo 1946 Winston Churchill aveva denunciato “la cortina di ferro scesa sull’Europa”: la guerra fredda era iniziata. Ora, invece, per Gorbaciov il progresso del mondo è possibile solo attraverso una riconciliazione universale fondata sulla pace: tutti partner, nessun nemico o avversario, e tutti garantiti nei loro diritti.
Non basta: interrotto da applausi scroscianti propone una moratoria “fino a cento anni” del debito dei Paesi del Terzo mondo, ma soprattutto «La forza e la minaccia della forza non possono più essere e non devono essere strumenti di politica estera” perché “la libertà di scelta è un principio universale a cui non ci devono essere eccezioni». Infine, insieme a George Bush e a Ronald Reagan, posa per i fotografi sotto la Statua della Libertà: sono “tre partner impegnati a costruire un mondo migliore”, dice.
In soli quattro anni Gorbaciov ha conquistato il mondo e demolito i pilastri della Guerra Fredda, ma perde in Patria. Con la “libertà”, nell’autunno del 1989 i regimi comunisti si sgretolano, mentre il Pil crolla del 10% e l’inflazione supera il 100% falciando i salari e il già misero tenore di vita della popolazione. Le nazionalità si ribellano, reclamano l’indipendenza: il 25 dicembre del 1991 l’Unione Sovietica cessa di esistere. Tutto pacificamente, però: l’uso della forza è escluso.
Gorbaciov, travolto dalle sue riforme, si dimette quella stessa sera: la sua carriera politica è finita.
Probabilmente l’Urss non era più riformabile, ma Gorbaciov non rinnegò mai le sue scelte, e anzi “dovevo fare più in fretta”, confessò anni dopo. Sarà, ma la perestrojka ha cambiato il mondo e provato a indicare un futuro di pace.
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