LE OPINIONI
Da piazzale Loreto a Stephen King
Non c’era bisogno delle intuizioni dello scrittore per fermare i pazzi
Bisognerebbe chiedere a Stephen King da dove prende le sue idee. Avere una risposta ci consentirebbe di evitare una marea di problemi o quanto meno prepararci e prendere precauzioni. Il maestro del terrore, attraverso i propri romanzi, ha centrato nel corso degli anni svariate previsioni, generalmente funeste, ambientando le proprie vicende in contesti immaginari che hanno finito per concretizzarsi nella nostra realtà. Il più clamoroso di tutti è la pandemia di Covid 19, preconizzata fin dagli anni ’80 con un'impressionante aderenza di particolari, in uno dei suoi capolavori, “L'ombra dello scorpione”.
Ora possiamo ascrivere allo scrittore originario del Maine anche l'idea che gli Stati Uniti finissero nelle mani di un pazzo scatenato, giunto al potere grazie a idee populiste mirate esclusivamente ai propri interessi, e pronto a scatenare la terza guerra mondiale pur di mantenere il potere. Il libro in questione è “La zona morta”, nel quale un anonimo insegnante di liceo, dopo un incidente stradale e un lungo coma, acquisisce il potere di leggere dentro le persone attraverso il semplice contatto fisico. Trovatosi faccia a faccia con un politico a un comizio, alla stretta di mano, “vede” chiaramente l'uomo, arrivato alla Casa Bianca, che preme il famoso bottone rosso per far partire i missili. L'errore commesso da King è pensare che il nemico da bombardare fosse il blocco sovietico ma in fondo è normale: il romanzo di King, poi trasformato da un altro genio come David Cronenberg in uno splendido film con Christopher Walken, venne scritto nel 1979, in piena Guerra Fredda, ma si tratta di un dettaglio se si mettono a confronto narrazione e realtà.
Spiace però notare che King, evidentemente, non è più letto come un tempo, perché forse, se così non fosse, i nostri leader si sarebbero svegliati prima nel comprendere che gente come Trump o il suo tutor Netanyahu non sono differenti da Putin, dal quale ci siamo affrettati a prendere le distanze per gettarci nelle braccia di due figure altrettanto ripugnanti. La verità è che non c'era bisogno di Stephen King per comprendere che il problema sottovalutato è il riemergere da oltre un decennio di idee ultranazionaliste che non possono che essere la premessa di comportamenti devastanti per gli equilibri del pianeta. Tutti, da Mussolini a Hitler e Stalin fino a Trump, passando per le decine di dittatori in tutti il mondo, sono partiti millantando le stesse soluzioni e l'errore più grave di chi stava loro intorno è stato nella migliore delle ipotesi derubricarli a fanfaroni o, nella peggiore, farsi inebriare dalle loro chiacchiere. Ora che il re è nudo e tutti hanno compreso che il pianeta è nelle mani di un grizzly a caccia di miele, ecco che uno dopo l'altro, tutti si smarcano senza avere quanto meno la creanza di ammettere di aver contribuito nella pratica a creare questa situazione. Non parliamo solo di Giorgia Meloni, sarebbe troppo facile, ma di chi questi nazionalisti col portafoglio pieno li è andati a votare con entusiasmo. Pensiamo ad esempio agli ungheresi, a milioni in piazza per festeggiare la caduta di Orban, dopo averlo sostenuto in massa per quattro mandati. Ci hanno tanto ricordato gli italiani a piazzale Loreto, improvvisamente antifascisti dopo vent'anni di applausi e bracci tesi. Ora come allora, tutti democratici. Sulle macerie.
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