DERAIN
La pittura apre a nuove forme di vita

Il Cristoforo Colombo dell’arte moderna. Questo fu, secondo Gertrude Stein, l’artista francese André Derain (1880-1954). Anche se, sempre secondo la poetessa statunitense, fu incapace di trarre le dovute conseguenze delle sue intuizioni. A partire dall’inizio del secolo breve, nello spazio di un solo decennio, Derain fu protagonista nelle ricerche più nuove. Erede dell’impressionismo, con Matisse e Vlaminck diede inizio alla ricerca cromatica infuocata del fauvismo, scoprì l’arte “primitiva” dell’Africa e dell’Oceania, affiancò Picasso e Braque nelle prime indagini cubiste, pur mantenendo la propria indipendenza, fu il primo a comprendere la poetica cezanniana, tanto che Giacometti scrisse che Derain è stato, dopo Cezanne, tra i più coraggiosi artisti del Novecento.
E poi, nel dopoguerra, fu il precursore del ritorno al classicismo. Eppure è stato a lungo dimenticato dalla critica e dal pubblico, riscoperto solo nel 1994 con la grande retrospettiva al Musée d’Art Moderne di Parigi.
Alla sua figura incredibile e fuori dal comune il Museo di Mendrisio dedica una bella mostra di studio, a cura di Simone Soldini, Francesco Poli, Barbara Paltenghi Malacrida, per indagare la poliedrica personalità evidenziandone l’intero percorso artistico ed esistenziale. ivisa per sezioni corrispondenti ai vari generi, dal paesaggio (da L’Estaque alle composizioni impregnate di solitudine degli anni Venti e Trenta) alla natura morta, dal ritratto (riscossero grande successo nel Dopoguerra, molti con protagonista la nipote Geneviève) al nudo femminile, la mostra si propone in particolare di rimettere a fuoco e rivalorizzare la complessa produzione fra le due guerre e fino alla morte. Settanta dipinti, 30 opere su carta, progetti per costumi e scene teatrali, illustrazioni di libri, ceramiche e un grande arazzo ne ripercorrono la creatività vulcanica e l’attività poliedrica. Un focus è dedicato alla scultura, con venti bronzi esito della fusione (avvenuta a Mendrisio dopo la morte su iniziativa di Alberto Giacometti) di sculture in terracotta realizzate quasi per gioco, imitando le più disparate tradizioni antiche e moderne.
Ricco, amante della bella vita e del lusso, nel bel mezzo di una promettente carriera Derain rispose alla chiamata alle armi e dopo tre anni di servizio militare combatté per l’esercito francese per quattro anni e mezzo. In questo periodo di totale lontananza dalle tele e dai pennelli, Derain si dedicò alla fotografia, insaziabile investigatore della bellezza anche in un frangente così drammatico. Il fronte cambiò profondamente l’uomo ma anche l’artista. Nella svolta pittorica fondamentale è stato anche il viaggio in Italia nel 1921, l’immersione nell’arte classica, medievale, rinascimentale e barocca. Derain si immedesima nei vari stili ma non cade mai nel gusto per la citazione. Tutto salva, tutto trasforma, con continui scarti stilistici, ben testimoniati in mostra, nell’ostinata e impossibile intenzione di arrivare a cogliere «il segreto delle cose».
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