IL CASO
Don Nicolò, il prete sospeso apprezzato dalla gente
Brusimpiano, le reazioni dopo la decisione della Chiesa: vicinanza e stima per un sacerdote «schietto e disponibile»
Don Nicolò Casoni non è mai stato un prete da sagrestia silenziosa. Chi lo ha conosciuto a Cuasso al Monte e poi a Brusimpiano lo sa: fisico imponente, salute fragile, parola netta, cultura solida, un carattere capace di aprire porte e, insieme, di non arretrare quando riteneva in gioco qualcosa di essenziale. Ora che la decisione dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, lo ha estromesso dall’esercizio pubblico del ministero, attorno a lui non si è creato il vuoto. Al contrario.
Reazioni e commenti
Sui social, nelle conversazioni del paese, nei commenti di chi lo ha avuto accanto nei momenti più duri, è emersa una reazione quasi compatta di vicinanza. Non è la difesa di un sacerdote “contro” la Curia. È il riconoscimento, anche da parte di persone lontane dalla pratica religiosa, di una figura che ha lasciato un segno umano. Un cittadino di Cuasso, sui social, racconta don Nicolò come «una persona schietta», capace di salutare sempre, di rendersi disponibile, di dare il numero di cellulare a tutti. Un prete «all’antica», ma non nel senso della nostalgia facile: piuttosto un sacerdote abituato a stare dentro le vite reali. È forse qui che la vicenda esce dal solo perimetro canonico. Don Nicolò, prima ancora di diventare un caso, è stato per molti il prete delle esequie celebrate con parole non generiche, delle prediche costruite conoscendo davvero le persone e delle funzioni vissute come presenza concreta. Un uomo spigoloso. Ostinato, anche. Tuttavia chi lo conosce ricorda un sacerdote disponibile al confronto, fermissimo nelle proprie convinzioni; coraggioso per alcuni, troppo rigido per altri, comunque mai indifferente.
Lo scritto del “don”
La sua posizione l’ha affidata a uno scritto datato 6 marzo 2026. Non ha voluto rilasciare dichiarazioni, ma ha consegnato quel testo perché aiutasse a comprendere meglio il senso della sua scelta. Il titolo è già un programma: “Stato di necessità e validità delle pene canoniche”. In quelle pagine sostiene come, nella Chiesa di oggi, esista una «necessità grave generale», tale da imporre ai sacerdoti un dovere superiore: salvare la fede, i sacramenti e la liturgia. Non una difesa emotiva, ma un ragionamento teologico e canonico, con una conclusione netta: l’obbedienza resta una virtù, ma non può arrivare fino a ciò che la coscienza ritiene contrario alla legge divina. È il punto centrale della frattura.
Fedeltà più radicale
La Chiesa ufficiale contesta scelte, celebrazioni, ordinazioni e rapporti ecclesiali non riconosciuti nel quadro diocesano. Don Nicolò risponde sostenendo di non essersi allontanato dalla Chiesa, ma di volerle restare fedele in modo più radicale. «Chi vorrà, qui troverà sempre dottrina, Messa e Sacramenti cattolici», scrive, chiudendo con la formula latina “Suprema lex salus animarum”: la legge suprema è la salvezza delle anime. Per lui, dunque, non si tratta solo di Messe in latino, ma di un’idea di fedeltà. Un’idea che lo porta oggi a pagare un prezzo altissimo: l’allontanamento dalla piena legittimità riconosciuta dall’autorità ecclesiastica con la sospensione dal ministero e il divieto di celebrare messe e sacramenti, come di confessare o predicare. La decisione della Curia apre una ferita ecclesiale. La reazione di alcuni cittadini racconta invece un legame che non si lascia sciogliere da un decreto. Don Casoni, sospeso per la Chiesa ufficiale, per molti resta semplicemente “don Nicolò”: un prete difficile da incasellare, forse impossibile da addomesticare, ma non facile da dimenticare.
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