L’ARTISTA
Francisco Goya a Palazzo Reale: opere, dipinti e incisioni
La sua evoluzione da pittore di corte ai suoi lavori più cupi e neri

Si ritrae a figura intera, davanti al cavalletto, pennello e tavolozza in mano, calzamaglia grigia e il bolero da torero un po’ stretto sulla vita abbondante, la tuba (con tanto di portacandele per dipingere anche al buio) calcata in testa. Lo sguardo del giovane Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828) ammicca verso lo spettatore, ironico e ribelle, la medesima ironia che affiora irriverente fin nelle opere commissionate da sovrani, nobili, prelati, dame e parrucconi, quando Francisco era pittore di corte e direttore della Real Accademia di San Fernando, ma già spirito libero, capace di uno sguardo impietoso per un’epoca che volgeva al tramonto, segnata da profonde trasformazioni, dalla Rivoluzione francese a Napoleone, alla Restaurazione.
È il percorso della mostra di Palazzo Reale a Milano, curata da Victor Nieto Alcaide, che espone una settantina di opere, dipinti e incisioni insieme alle relative matrici in rame. «Goya è sempre attuale perché è un artista vero, originale, un ribelle». Lo è già dai primi ritratti, quando dietro un apparente conformismo – che gli valse ampia fama e quattromila reales de vellòn - incipria le guance del re dallo sguardo vuoto e presenta la moglie, la sgraziata Maria Luisa di Borbone-Parma, fasciata in un abito di seta blu con ricami dorati, tra voile e piume, così compiaciuta da non accorgersi del tono di disprezzo di fondo.
Il pittore colorista che osserviamo nelle prime quattro sale della mostra si trasforma, nella seconda parte del percorso espositivo, in un disegnatore sempre più ossessionato dalla libertà di espressione, bisognoso di creare opere per sé, di immortalare gli abissi della malattia mentale (che conosceva bene perché frequentava il manicomio di Saragozza) e di analizzare con disincanto gli avvenimenti contemporanei. La sua pittura, dapprima chiara e luminosa, si trasforma nei toni umbratili delle pinturas nigras, fino alla cupezza delle ultime opere. Il progressivo buio che scende nelle sale (a volte faticoso per i fruitori), secondo l’allestimento firmato da Fabio Novembre, riflette la sensazione del “sonno della ragione” che “genera mostri”; come dal titolo di un foglio della serie di ottanta incisioni chiamata Los caprichos, pubblicata nel 1799 in cui Goya si ritrae mentre dorme appoggiato a un tavolo, attorniato da gufi e pipistrelli.
Un corto circuito tra ragione e sentimento, illuminismo e romanticismo, che serpeggia nei lavori del maestro spagnolo, fiducioso nell’intelletto come veicolo di crescita sociale e al contempo consapevole della barbarie dell’umanità e del buio della guerra. Goya sfida le convenzioni e i tabù dell’epoca, dove il “brutto” diventa categoria estetica in contrapposizione alle regole del bello, fino a creare un linguaggio espressivo innovativo, senza precedenti nella storia dell’arte. Particolarmente suggestiva, nella mostra milanese, è l’esposizione, per la prima volta dopo il recente restauro, delle delicate matrici in rame di alcune delle più celebri incisioni in prestito dall’Istituto di Calcografia della Real Academia di Spagna.
Proprio perché così intime, le incisioni sono state espressioni dell’artista rivolte alla complicità di una clientela che gli era ideologicamente affine. «L’unico modo, - racconta Alcaide - di rompere con l’assurdità, l’orrore e il terrore suscitati dalla mancanza della ragione è la ribellione della ragione stessa. Da qui, la validità della pittura di Goya, che sta nel non essere centrata su precisi eventi della Storia e nel fissare un valore universale e atemporale».
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