DA VEDERE
Due versioni, un solo dipinto

Giuseppe dorme di un sonno profondo, prostrato dalla stanchezza del lungo viaggio, riverso sul suo sacco. Maria, seduta in primo piano, offre il seno a un paffuto Gesù bambino, che rivolge allo spettatore con uno sguardo intenso, «lanciato oltre i secoli».
Orazio Gentileschi (1563-1639), il più originale interprete delle novità introdotte da Caravaggio a Roma, sulle orme del Merisi trasforma il tema iconografico del Riposo durante la fuga in Egitto calando il dramma della Sacra Famiglia in un tempo immanente e umano.
Il dipinto, firmato sulla sinistra, è al centro di una mostra da poco aperta a Cremona e curata da Mario Marubbi che propone il confronto con una versione quasi identica appartenuta a Paul Getty ed ora di una collezione privata, cuore di un percorso di approfondimento dell’iconografia della Fuga e di altre storie dell’infanzia di Cristo dal Medioevo al Novecento, attraverso una selezione di dipinti, sculture, avori, pagine miniate e incisioni.
Proveniente del Kunsthistorisches Museum di Vienna, la tela fu realizzata con ogni probabilità a Londra non prima del 1626 su commissione di George Villiers, ministro del re Carlo I Stewart. Fu Villiers a invitare in Inghilterra Gentileschi, all’epoca all’apice di una fama internazionale.
Secondo studi recenti, il duca probabilmente aveva avuto modo di vedere la tela oggi in collezione privata portata da Gentileschi a Londra, modello di quella viennese che presenta rispetto al prototipo significative correzioni. Gentileschi usava infatti cartoni per copie e repliche autografe, e le figure delle due tele sono praticamente sovrapponibili.
Il successo della composizione è testimoniato dal fatto che, oltre alle due versioni esposte, dovevano esistere almeno altre quattro versioni del tema: due sono irrintracciabili, una è conservata al Louvre e l’altra, al Birmingham Museum, è quella che si distanzia più di tutte per il brusco taglio prospettico che dà ampio spazio a un muro che divide la Sacra Famiglia dal bellissimo asino sul fondo. Il naturalismo di Gentileschi nella raffigurazione della scena sacra è l’esito di un lungo percorso iconografico, la cui evoluzione è ben documentata in mostra: dapprima largo spazio viene dato ai particolari della vicenda, secondo le narrazioni apocrife; poi sempre più ci si focalizza sulla centralità della sacra famiglia. Un percorso che idealmente parte da maestri come Martino e Callisto Piazza, Savoldo, Maratta, Rembrandt, Legnanino, Piccio, Schongauer, Dürer, Procaccini, Rembrandt, Tiepolo, Sironi, e arriva fino al Sacro Monte di Varese, dove Guttuso, sostituendo una Fuga in Egitto affrescata da Giovan Mauro della Rovere e quasi scomparsa, su indicazioni di monsignor Pasquale Macchi realizza un prezioso unicum che si riallaccia al cuore stesso del complesso votivo, all’intenzione di far rivivere le Sacre Storie tanto da potervi partecipare con intensità e attualità.
© Riproduzione Riservata