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Le ossessioni del maestro del brivido

Se, come disse lui, «un film è la vita a cui sono state tagliate le parti noiose», allora Alfred Hitchcock è stato bravissimo a toglierle, queste parti, riportando in capolavori del cinema parti di vita dove la noia, sicuramente, non ha mai trovato spazio, facendo largo a quella grande suspense per cui, per usare un’altra delle sue celebri frasi, «se facessi Cenerentola, il pubblico cercherebbe qualche cadavere nella carrozza».
A quarant’anni dalla morte, il genio di Hitchcock è celebrato in ripetute riproposizioni anche in televisione dei suoi film, oltre che in una mostra a Monza. E, come spiega Paolo Castelli, docente di linguaggi della comunicazione visiva al Politecnico di Milano, si potrebbe fare un inventario di parole che vanno a creare le forme e le figure del linguaggio e dei temi hitchcockiani. «Hitchcock - sottolinea Castelli - si qualifica come maestro del cinema puro, viene dal muto e anche quando passa al sonoro il suo resta un cinema visivo, che funziona anche senza dialoghi. E ci sono parole che lo caratterizzano».
Tra queste, voyeurismo, inteso come ossessione, «lo spazio, il guardare, di cui un classico è La finestra sul cortile, in cui la situazione del fotografo immobilizzato è un po’ quella dello spettatore in sala, che partecipa senza poter intervenire». A ciò si lega il tema dello sguardo che si caratterizza nelle continue soggettive, per cui «molto spesso guardiamo con gli occhi dei personaggi. Hitchcock lavorava così tanto sulla soggettiva che spesso misurava l’altezza degli occhi degli attori e posizionava a quell’altezza la macchina da presa, rendendo tutto più coinvolgente».
Quello del «maestro del brivido» è insomma un cinema di montaggio, fatto principalmente di associazioni visive, di inquadrature che si incastrano con le altre dal punto di vista del montaggio, tranne in alcuni rari casi. «Un cinema di dettagli - prosegue Castelli - in cui spessissimo si vedono oggetti in alcuni casi importanti per la narrazione, in altri che sono distrazioni, che sembrano indicare una pista ma non portano a niente. Libri, mani, fotografie, specchietti retrovisori, orologi, parole e titoli di giornale, biglietti scritti, cibo, chiavi, armi, pistole, forbici. Il suo è un cinema di investigazione. E poi, un po’ legandosi alla sua formazione cattolica, Hitchcock lavora su temi quali la colpa, l’innocenza, la salvezza, la confessione, il peccato, le paure, la sessualità, il dubbio. Dal punto di vista degli spazi è un cinema fatto di finestre, scale, scalini da cui spesso scendono i personaggi, a volte anche di specchi, che hanno a che fare con il doppio, con l’identità. Anche di treni, sia come trame narrative sia come elementi. Oltre a essere un cinema di congiure».
Da circa otto anni, poi, uno dei suoi film, Vertigo (La donna che visse due volte), è considerato al primo posto nella classifica mondiale delle pellicole più importanti secondo i critici e gli esperti di cinema, proprio perché «pieno di soluzioni visive nel suo gioco sul tema dell’identità e nell’uso dello spazio urbano. Pensiamo agli scambi di sguardi, nel pedinamento, tra quello di James Steward e di chi viene pedinato».
Instaurando anche un meccanismo del sapere dei personaggi e degli spettatori, per cui ci sono cose che sanno i primi e non i secondi e viceversa. «La sua è detection - conclude Castelli -, dal latino detegere, aprire dall’alto e scoprire le tegole del tetto per guardare dentro».
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