L’INTERVISTA
«Ho pagato ma sconto tanto odio»
Sara Del Mastro aggredì Giuseppe Morgante nel maggio 2019
Contro di lei c’è un rancore, soprattutto social, che le impedisce di rialzare la testa, di dare prova di un cambiamento, di dimostrare che dal carcere si può uscire diversi da come si è entrati. Anzi, per buona parte dell’opinione pubblica Sara Del Mastro dal carcere non sarebbe proprio più dovuta uscire. La sua colpa? Aver sfregiato l’ex fidanzato, Giuseppe Morgante, con l’acido solforico, aggredendolo in via dei Pioppi a Legnano la sera del 7 maggio 2019. Venne condannata a 7 anni e 10 mesi, la maggior parte dei quali trascorsi nel penitenziario di Bollate, dallo scorso 20 marzo ha espiato completamente la pena ed è quindi in libertà. «Io per prima non perdonerò mai me stessa per quello che ho fatto, è un rimorso che mi logora. Non chiedo di essere perdonata, non può esserci perdono per il male che ho causato a Giuseppe, ma vorrei tanto essere dimenticata».
Sara, il suo reinserimento in società è stato accompagnato, anzi, preceduto, da polemiche e manifestazioni di odio.
«Ho scontato la pena fino all’ultimo giorno ma già quando uscivo in permesso leggevo commenti feroci contro di me e contro la mia famiglia. Ma cosa c’entra la mia famiglia, è vittima essa stessa di ciò che ho fatto, perché prendersela con i miei genitori e mia figlia? Ho pagato quanto mi è stato inflitto dal giudice, avevo rinunciato all’appello perché compresi la gravità del mio gesto, ho fatto un lungo lavoro su me stessa grazie al team del carcere di Bollate, oggi sono una persona diversa. Voglio solo scivolare nell’oblio, vivo in modo molto riservato portandomi dentro un grande senso di colpa, non mi metto in mostra, sono molto defilata, rispettosa delle persone che ho ferito, consapevole del disvalore che incarno, ma c’è davvero tanta gente che vuole il mio scalpo».
Qualcuno ha dichiarato di essere pronto a farsi trovare sotto casa sua, una minaccia nemmeno troppo velata.
«Nessuno ha idea della sofferenza che provo guardando a ciò che ho fatto, ma cosa crede la gente, che viva serena e spensierata? Io non dormo la notte e non da oggi bensì da sette anni. Non sono alla ricerca di giustificazioni o di comprensione, il mio dolore è reale ma anche il mio percorso psicologico è concreto e merita di essere riconosciuto».
Lei non vuole un alibi, ma gli atti giudiziari chiamano in causa l’incursione delle Iene. Fu la messa in onda di immagini e dichiarazioni videoregistrate senza consenso e con l’inganno a scatenare quella reazione.
«La sentenza del gup Tiziana Landoni è pubblica. Basta leggerla per capire la genesi dei fatti e le motivazioni della sentenza. La colpa è tutta esclusivamente mia, sia chiaro. Ma qualcuno avrebbe dovuto prendere con maggiore serietà la denuncia della vittima, così magari non si sarebbe rivolto a un programma di intrattenimento televisivo che mira al sensazionalismo. Lo dico senza voler sollevare alcuna polemica, ripeto, è tutto agli atti».
L’intervista integrale sulla Prealpina di martedì 12 maggio in edicola e disponibile anche in edizione digitale.
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