ABBASSO
I vampiri sono ancora là fuori
“Sinners” non è solo un horror ma racconta gli Stati Uniti di oggi
Un film dell'orrore che batte il record di nomination agli Oscar? Possibile che sia meglio, che so, di capolavori come “Titanic”, “Eva contro Eva” o “Beh Hur”? I premi cinematografici, si sa, sono spesso un giochino. Del resto lo stesso Oscar è una sorta di autopremio, ovvero l'industria cinematografica di Hollywood che celebra se stessa con una serie di statuette raffiguranti un uomo nudo con problemi di capelli. Valgono quello che valgono, insomma, dal punto di vista prettamente cinematografico, tanto che la frase tipica del cinefilo è “Kubrick non ha mai vinto un Oscar”. Ma, nel caso specifico, vale la pena fare una riflessione partendo dal fatto che spesso gli Academy Award hanno saputo leggere in modo più sorprendente di quanto si possa pensare la realtà del momento. Che film è questo “Sinners”? Chi sono questi peccatori protagonisti del film? Ed è davvero un film dell'orrore? Sì, di orrore ce n'è tanto visto che si parla di vampiri ma il buon cinema è fatto di livelli, è come se fosse una torta a strati di fronte alla quale, per assaporarne al meglio la bontà, bisogna fare uno sforzo che vada oltre la superficie e scavare in profondità. La glassa, ovvero la trama, è incentrata su un juke joint, ovvero uno di quei locali riservati ad afro-americani dagli anni 20 in poi nei quali si cantava, ballava e ci si divertiva come in una qualsiasi discoteca di oggi dimenticando per una sera la segregazione. Qui siamo nel 1932 e i protagonisti sono due gemelli gangster, fuggiti dalla Chicago di Al Capone, e decisi a rifarsi una vita nella propria comunità. Peccato che all'improvviso, nel pieno della festa, arrivano i vampiri. Dove sta la grandezza di questo film, oltre a una confezione spettacolare? C'è una scena in “Sinners” nella quale, durante la festa, la musica, un blues-soul ammaliante e corrosivo, arriva quasi a sospendere in un'altra dimensione tutti i presenti, sorprendendo lo spettatore con un viaggio nel futuro delle sette note, le sue evoluzioni, il suo potere rivoluzionario. È lo spunto questo per comprendere meglio cosa ci dice il film di Ryan Coogler: dentro il locale c'è il futuro, il potere eversivo dell’arte, della cultura, la sua capacità di smuovere le acque stagnanti del conservatorismo. Fuori ci sono i vampiri. Che, non a caso, sono anch'essi musicisti, ma rozzi interpreti di musica country, il prodotto più profondo della cultura di una vecchia America, reazionaria, intrisa di passatismo, violenta e intollerante. Due mondi a confronto quindi, un po' come accade in un altro recente grande film, “A complete unknown”, che racconta il passaggio di Bob Dylan dal folk tradizionale a quella che venne definita la svolta rock. È un caso che Hollywood ci racconti con tale insistenza questa collisione fra mondi artistici come metafora di quello fra le ideologie portanti della cultura americana? Di questi tempi no e il perché lo vediamo nelle immagini televisive di oggi, quelle di un popolo sempre più dilaniato fra la consapevolezza di essere da oltre un secolo la locomotiva del progresso del pianeta e il terrore della riemersione di una cultura retrograda e divisiva che tutti pensavano fosse finita in soffitta. Minneapolis, purtroppo, insegna che i vampiri sono ancora là fuori.
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