IL PERSONAGGIO
Julio Velasco, regole e talento: «Ecco cosa voglio dalle mie giocatrici»
Il Maestro riparte dalla Francia e si racconta alla Prealpina: la nuova Nazionale, “l’eccezione” Adigwe e la filosofia oltre le vittorie
«Esiste un personaggio che non controllo: in Italia sono Velasco, in Argentina sono Julio». Julio Velasco Il tecnico che ha scritto prima della pallavolo e poi dello sport italiano si racconta in esclusiva alla Prealpina nel giorno in cui la sua Nazionale che ha vinto tutto riprende la corsa con il primo test della stagione. «La mia motivazione non sono le vittorie da cercare, ma trovare sempre nuove soluzioni. La differenza generazionale con le giocatrici per me è uno stimolo». A distanza di 249 giorni dal trionfo mondiale delle azzurre, culminato con la vittoria per 3 a 2 sulla Turchia nella finale di Bangkok, la nazionale di pallavolo femminile torna in campo davanti ai suoi tifosi con la coppia di BPER Test match, due amichevoli, la prima stasera – giovedì 14 maggio – alle 21 a Biella e la seconda domani sera a Novara, entrambe contro la Francia. Sarà l’occasione per rompere il ghiaccio e per iniziare a vedere all’opera la “nuova nazionale” di Velasco. Sono note le linee guida seguite dal coach per scegliere le sue giocatrici: totale disponibilità e la titolarità nei campionati di serie A2 o A1. E poi c’è sempre l’eccezione che conferma la regola e questa eccezione ha il nome di Merit Adigwe. Campionessa mondiale con la nazionale under 22 ma “riserva” di Haak a Conegliano nelle ultime due stagioni senza mai giocare titolare nella massima serie. Il tecnico azzurro la schiererà come opposto titolare se non già da stasera, con molta probabilità per gran parte della VNL.
Perché una riserva sarà titolare in Nazionale?
«Perché penso che lei in poco tempo possa arrivare ad altissimo livello».
E che cosa guarda dal punto di vista tecnico Julio Velasco in una giocatrice quando decide di convocarla in nazionale?
«Io distinguo per ruolo. Per quanto riguarda le schiacciatrici devono essere o molto forti in attacco o molto forti in ricezione, non un po’ e un po’, se si parla di altissimo livello com’è il nostro. La complementarietà è importante per la squadra. Poi a Piacenza ho anche giocato con Marshall e Zlatanov insieme e siamo arrivati in finale, quindi in realtà non do mai regole fisse, dipende anche molto dagli individui. Nelle centrali guardo il muro e l’attacco, ma soprattutto il muro. Per il palleggiatore la questione è più ampia, ma la prima cosa è la precisione. La palla deve andare sempre lì. Poi deve esserci l’intuizione di capire a chi dare la palla in base a chi sta giocando meglio in quel momento. Come ultima cosa alzare in base al muro avversario, dove è più debole. L’opposto deve fare punto».
E dal punto di vista caratteriale?
«Non c’è un carattere migliore di un altro. Ognuno ha il suo. A me interessa come ogni giocatore lo applica nel gioco. Bernardi, per esempio, era molto focoso e aggressivo quando giocava, a Cantagalli piaceva andare a pescare nel tempo libero».
Come sceglie i leader nella sua squadra?
«Io non scelgo i leader perché è il gruppo che li sceglie e io non voglio entrare nelle dinamiche del gruppo, a meno che non sia necessario. Inoltre esistono molti tipi di leader: quello del 24 pari, quello del tempo libero e quello della gestione dei soldi per esempio, ma è una dinamica che avviene in modo naturale».
Qual è il gesto tecnico o la fase di gioco più determinante nella pallavolo moderna?
«La prima cosa è l’attacco. Una squadra vince quando attacca più forte dell’altra. Poi è dimostrato che quando la ricezione è imprecisa le percentuali d’attacco scendono, quindi la seconda cosa è la ricezione. La chiave per la vittoria poi è il cambiopalla. Conegliano vince perché ha la fase di cambiopalla migliore di tutti e va in difficoltà quando le percentuali di cambio-palla scendono».
Favorevole alla lettura del gioco o pensa che sia necessario fare delle scelte a muro?
«La base è la lettura, poi c’è una cosa intermedia che è la lettura con priorità. Nelle fasi finali dei set poi si possono fare delle scelte».
Le piace che le sue giocatrici prendano iniziativa quando giocano?
«Assolutamente si. Io cerco sempre giocatrici autorevoli e autonome. Autorevoli perché io insegno tutto quello che so e loro devono sapere di pallavolo e autonome perché sono loro che vanno in campo. Non voglio giocatrici che mi guardano per avere la mia approvazione, infatti non sto mai a bordo campo durante le partite, ma sempre a tre metri di distanza. Non voglio nemmeno che alzino la mano ogni volta che sbagliano perché questo le fa rimanere focalizzate sull’errore e non imparano. L’azione va avanti».
Ha avuto due gruppi straordinari, gli uomini della generazione dei fenomeni e le donne con cui ha appena vinto Olimpiade e Mondiale: che cos’hanno in comune?
«Le grandi squadre nascono quando sono composte da grandi talenti, a cui tutto viene facile, che si allenano come se fossero giocatori mediocri. E questo funge da esempio per le più giovani che faranno lo stesso. La similitudine che trovo nei due gruppi è questa».
Qual è la vittoria che ha sentito di più nella sua carriera?
«Su tutte quella del 1990 (il Mondiale vinto a Rio de Janeiro battendo Cuba in finale per 3 a 1, ndr) con i ragazzi e le Olimpiadi di Parigi 2024 con le ragazze. Anche se la prima vittoria in assoluto dell’89 (medaglia d’oro all’Europeo in Svezia, ndr) ha avuto un sapore speciale proprio perché la prima».
Lei non è solo un allenatore di pallavolo. I suoi interessi e la sua preparazione sono sempre stati molto trasversali. Ma allenare è sempre stato comunque il file rouge che l’ha accompagnata in tutte le fasi della sua vita, la sua vocazione. Come fa a ritrovare la motivazione dopo tante vittorie?
«Per me è molto semplice. Non si tratta di motivazione, ma di qualcosa a cui non riesco a fare a meno. Io ragiono sempre per progetti, mai per singoli obiettivi. La sfida più grande per me non è tanto vincere questa o quella competizione, ma cercare nuove soluzioni, capire i giovani, entrare nella loro testa e imparare il loro linguaggio. Io adoro lavorare con i giovani, adoro il loro entusiasmo e la loro energia. La differenza generazionale per me è uno stimolo e l’importante è dare fiducia. Le vittorie sono una conseguenza».
E parlando di giovani, pensa che si possa ancora parlare di “scuole” pallavolistiche in Italia? Abbiamo tanti settori giovanili di alto livello che negli anni hanno creato degli iter diffusi: è ancora cosi?
«Secondo me no. In tutti gli sport, cosi come nelle arti, io credo che “le scuole” stiano scomparendo con il mondo di internet. Ma al contrario di molti nati in Italia io dico sempre che l’Italia è un Paese ricco di risorse e di possibilità e che non bisogna sempre pensare a quello che non si ha, ma a quello che si ha. L’eccezione in questo momento è il calcio, perché tutte le altre discipline sportive stanno raggiungendo grandissimi risultati».
E come mai non ci sono allenatrici donne nella pallavolo e in generale nello sport di alto livello?
«Culturalmente non siamo ancora pronti a pensare a una donna che lascia la famiglia a casa mentre lei va in giro ad allenare e questo è un grande peccato. Io sto spingendo molto per inserire donne nel mio staff, Monica Cresta e Manuela Leggeri per esempio, e fortunatamente a livello giovanile ci sono sempre molte più allenatrici donne a livello nazionale. Io vorrei che molti più ex giocatori e giocatrici diventassero allenatori perché avrebbero la capacità più spiccata di capire diverse dinamiche, soprattutto legate all’errore, perché l’hanno provato sulla loro pelle. Un ex giocatore però per diventare un grande allenatore deve uccidere il giocatore che stato e uscire dal ruolo, altrimenti non funzionerà mai».
Ci sono tanti allenatori nel corso del tempo che hanno seguito il suo modello. C’è qualcuno in cui si rivede o che stima particolarmente?
«Uno sicuramente è Massimo Barbolini, che è stato il mio secondo per quattro anni e che ho ritrovato qui. E l’altro è Giovanni Guidetti perché è stato lui stesso ad avermi detto di ispirarsi a me per alcuni aspetti come l’allenamento unico e non il doppio allenamento giornaliero come si è sempre fatto, e spesso mi chiede di andarlo a trovare per parlare di pallavolo».
Perché ha deciso di proporre il modello di allenamento unico giornaliero?
«Io sono uno che cambia molto perché studio molto. Siamo sempre stati abituati a dividere la seduta pesi al mattino e l’allenamento con la palla al pomeriggio perché il cervello deve essere più fresco per allenare bene i muscoli, quindi la mattina. Ma io voglio il cervello fresco anche per allenare la pallavolo quindi ho pensato a come poter fare. Gli americani usano questo metodo fin dagli anni ‘80 e quindi ho deciso di provare anche io con le mie atlete e sto vedendo ottimi risultati».
Come gestisce e si fa rispettare in tutte queste squadre sempre con grandi personalità?
«Perché mi sono preso dei rischi. Se non lo fai tu per primo non puoi pretendere che lo facciano loro quando glielo chiedi. E poi perché io non ho amici o amiche e nemmeno delle preferenze. C’è sempre rispetto e un buon rapporto, ma non bisogna essere amici. Infine perché io metto le mie regole e queste valgono per tutti, non solo per alcuni, altrimenti non ha senso che ci siano. Se dai troppa libertà ai giocatori, sei finito. Il ruolo deve essere sempre chiaro».
L’Università di Trieste le ha conferito la Laurea honoris causa in psicologia la scorsa estate. Che cosa ha significato?
«Ha significato chiudere un cerchio, con una laurea che non sono mai riuscito a prendere. Tanto che alla cerimonia ho invitato a presenziare le due figlie di un mio caro amico, che oggi purtroppo non c’è più, che aveva studiato all’università con me e che poi ne divenne il rettore. Era il nostro sogno».
«QUI SONO VELASCO IN ARGENTINA SONO JULIO»
A Natale uscirà per Feltrinelli la prima autobiografia firmata da Julio Velasco. Non si tratterà di un mero elenco delle vittorie e nemmeno di un manuale su come si fa a vincere, questo Velasco lo dimostra e lo ha dimostrato a tutti in più di trentacinque anni di carriera costellati da successi che hanno fatto la storia dello sport. Il libro che ha scritto sarà un racconto sulla sua vita, una riflessione su Velasco uomo, non allenatore. Un uomo che solo oggi decide di guardarsi indietro e di rendere omaggio a quella parte di sé che ha dovuto sempre un po’ nascondere; di rispondere a quelle domande che non gli fanno di solito nelle interviste e di dare risposte anche a sé stesso. Perché talvolta il personaggio rischia di prendersi tutto e di condizionare o rovinare il rapporto con le persone che gli stanno attorno. «Esiste un personaggio che io non controllo. È una condizione che ho sofferto molto negli anni ‘90 – confessa Velasco con un velo di tristezza –. All’epoca volevo controllare tutto perché spesso mi mettevano in bocca parole non mie, sia nel bene che nel male, e finivo in situazioni spiacevoli, ma mi sono reso conto che è impossibile. Non mi sto lamentando della mia situazione, dico solo che a volte la celebrità ti fa sentire solo. Perché ogni persona che si relaziona con me parla con quel personaggio, c’è un filtro molto difficile da eliminare. Proprio per questo ogni anno sento il bisogno di tornare in Argentina: qui in Italia sono Velasco, là sono solo Julio». Arriva nella vita di tutti il momento di chiedersi da dove si viene e da dove vengono le nostre idee e questo libro sarà l’occasione per riscoprirlo e per guardarsi dentro: dalla formazione in una famiglia di religione protestante, l’adesione al comunismo e poi il suo rifiuto, le lotte studentesche, crescere senza un padre, fare la pipì a letto e i fratelli che non ci sono più. L’altro lato della medaglia insomma. Un libro che sta nascendo senza non poche difficoltà, vista la natura molto pignola e perfezionista del suo autore, che è anche un grande lettore e, come tale, vede la scrittura con grande soggezione: «È molto faticoso – ammette – la scrittura ha le sue leggi che non sono quelle della dialettica. Ci ho già provato tre anni fa a scrivere un libro per Laterza, ma non mi convinceva. Mi sembrava sempre un prodotto autocelebrativo, qualcosa che io non avrei letto, ma oggi mi sento pronto per farlo».
PACE COI TIFOSI DI BUSTO? «NON PERDONO QUELLO STRISCIONE»
Non è stata una separazione facile quella fra Julio Velasco e la Uyba, arrivata nel dicembre 2023, dopo soli tre mesi di lavoro insieme. Una chiamata troppo allettante quella della federazione, che lo ha voluto alla guida della nazionale femminile composta da un gruppo estremamente competitivo, ma ormai arrivato ai ferri corti con il suo predecessore Davide Mazzanti, sostituito dopo il deludente quarto posto agli Europei di quello stesso anno. Una chiamata che, all’epoca, Velasco pensa di meritare e che accetta immediatamente, a discapito del club bustocco che aveva investito su di lui: tre anni di contratto e il merito di aver riportato sulla panchina uno dei più grandi allenatori della storia del volley dopo quasi dieci anni lontano dai campi da gioco. A quanto pare la ferita è profonda e ancora aperta da entrambe le parti perché, se Busto si è sentita tradita e abbandonata dopo aver accolto il suo nuovo eroe con grande calore, allo stesso modo Velasco non perdona le parole scritte sullo striscione che una parte della tifoseria gli ha rivolto dopo la sua partenza (“Ci sono uomini di parola e uomini di parole”): «Ho fatto una scelta professionale e non ho intenzione di giustificarmi con nessuno, soprattutto a questo punto della mia carriera e dopo tutto quello che ho fatto».
“Cultura vincente” due pagine di approfondimenti con l’intervista integrale a Julio Velasco sulla Prealpina di giovedì 14 maggio in edicola e disponibile anche in edizione digitale.
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