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La grande bellezza di Enzino e Giorgio
L’omaggio in film a due grandi: i documentari ne celebrano il lascito culturale

Uno se n’è andato 21 anni fa (1° gennaio 2003), l’altro un decennio dopo (29 marzo 2013), eppure la lezione di Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci è più viva e attuale che mai. Ne abbiamo avuto una prova durante le recenti festività, quando curiosamente, quasi in contemporanea, sono stati rilanciati da due piattaforme streaming i docufilm “Io, noi e Gaber” (regia di Riccardo Milani, disponibile su RaiPlay) e “Enzo Jannacci, vengo anch’io” (Giorgio Verdelli, su Netflix), quasi quattro ore di tuffo nella Milano dei due amici per la pelle, dagli esordi in coppia (spesso accompagnati dal terzo lato del triangolo, l’altro gigante Dario Fo) ai primi successi alle strade diverse percorse, ma sempre con un filo comune a legarli. Basti dire che il giorno dell’addio a Giorgio («Ho perso un fratello», riuscì a biascicare al funerale di Gaber) era anche il primo di pensione del medico-Jannacci.
Detto che entrambi i film funzionano (meglio il secondo, invero) sia nel navigare in un immenso materiale storico che nel raccogliere le testimonianze di chi ha incrociato in un modo o nell’altro il cammino con i due artisti (dai figli, Dalia e Paolo, ai colleghi cantanti, comici, intrattenitori), quello che colpisce soprattutto è lo straordinario messaggio che, sia pure con linguaggi diversi (soprattutto dagli anni settanta, con il Teatro canzone, Gaber si spostò su un livello “alto”, mentre Enzo non rinunciò mai alla sua vena ironico-dissacrante stemperata da una profondità e analisi sociale mai banali), entrambi hanno saputo tramandare in mezzo secolo. Straconsigliati.
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