REALTÀ
La guerra civile delle immagini
Siamo così abituati a vedere i conflitti che ormai siamo anestetizzati

«What’so civil about war anyway?». Cosa c’è in fondo di così civile nella guerra, si domandavano i Guns’n’Roses in chiusura di uno dei loro brani più noti, appunto Civil War, furoreggiante inno alla pace o ancor più feroce denuncia dei giochi di potere che «nutrono i ricchi e affamano i poveri» e di quella «brama di potere che vende uomini-soldato come in un negozio di alimentari».
Quel brano era del 1991, precedente alla prima Guerra del Golfo e ora, a 33 anni di distanza, è nelle sale un film che ha il medesimo titolo, realizzato da Alex Garland, romanziere inglese divenuto regista dopo aver scritto alcune brillanti sceneggiature. Il film porta addirittura la guerra civile all’interno dei confini degli Stati Uniti, dilaniati dal conflitto fra le forze governative di un presidente mentitore e l’esercito di liberazione degli stati del sud ovest. Un’opera potentissima perché, a farci scoprire un’America sempre più folle nella quale si annullano i confini tra buoni e cattivi, sono dei fotoreporter che decidono di forzare i blocchi e attraversare le zone più pericolose del paese per andare a intervistare il Presidente prima che venga ucciso dai ribelli, ormai vicini alla vittoria. Il film si trasforma così in una riflessione sulla rappresentazione dell’orrore della guerra, mettendo in brillante contrapposizione la forza evocativa dell’immagine fissa, inevitabilmente legata però all’interpretazione di chi la osserva, alla potenza narrativa delle sequenze di immagini, in grado di raccontare storie con maggiore rispetto della realtà.
Ci è tornata in mente, è ovvio, la leggendaria foto del miliziano colpito a morte realizzata da Robert Capa durante la guerra civile spagnola, uno degli scatti più famosi di sempre che ritrae un combattente proprio nell’attimo i cui un proiettile si porta via la sua vita. Quella foto è stata al centro di dubbi e polemiche, perché è stato ipotizzato che si trattasse di un falso, di una posa realizzata ad arte. Poco importa, forse quel che conta è la forza dell’immagine che ci rappresenta meglio di qualsiasi altra l’atrocità della guerra come strumento di morte. Perché quell’immagine è rimasta iconica?
All’epoca il mondo poteva osservare la guerra solo attraverso le poche foto di temerari del giornalismo e fu così fino al Vietnam, quando irruppe nelle case di tutti il conflitto attraverso la televisione. Ora, a 50 anni di distanza e a quasi 100 dalla morte di quel miliziano, cosa è rimasto di tutto questo? Il susseguirsi di immagini da decine di conflitti che si affastellano di fronte a un pubblico bombardato da una pornografia del dolore che lo ha del tutto anestetizzato. Perché le guerre fanno bene all’economia dei paesi che le finanziano a distanza e, se ai tempi del Vietnam assistere all’orrore risvegliava le coscienze, ora è il contrario: le abitua. Prova ne sia che, nonostante quello che abbiamo visto in questi mesi fra Ucraina e Gaza, giusto per citare il quotidiano attuale, ciò che ci spaventa è solo un’escalation che possa coinvolgerci. Se non fossimo degli zombie del tubo catodico, saremmo tutti in piazza per la pace ma la nostra sensibilità su questo tema è stata narcotizzata ad arte, proprio dall’orgia di immagini che dovrebbero in realtà stimolarci. In fondo , a ben pensarci, shoot in inglese significa scattare una foto, ma significa anche sparare.
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