POLEMICHE
La legge Sirchia e la querela a Vannacci
C’è modo e modo di mostrarsi uomo delle istituzioni

Il 16 gennaio 2003 è stato un giorno di svolta clamoroso per tanti italiani. Entrò infatti in vigore la famigerata legge Sirchia, ovvero un provvedimento a causa del quale fu vietato di fumare all’interno dei locali pubblici. Al netto della nostalgia per le atmosfere fumose da noir anni ’40, l’entrata in vigore del dispositivo fu accolta dai fumatori, ai quali appartiene suo malgrado chi scrive, come una specie di apocalisse. Ma bastò qualche mese per comprendere che quella legge, al di là del discorso relativo alla salute della quale i fumatori si interessano poco, poteva tranquillamente essere digerita senza traumi anche per i più incalliti schiavi della sigaretta, anche solo per le lavatrici risparmiate per rendere nuovamente accettabile l’olezzo di posacenere emanato dai vestiti. Ci è tornato alle mente quel periodo in questi giorni nei quali è stata respinta la querela presentata dalla pallavolista Paola Egonu nei confronti del generale Vannacci che nel suo libro la definisce, in ragione del colore della sua pelle, non adatta a rappresentare il nostro paese. A colpirci non è tanto il senso della sentenza quanto alcune reazioni da parte di personaggi che tutto si può dire tranne che siano vicini al neo-europarlamentare leghista. Ad esempio, Michele Serra che, su Repubblica ha pubblicato un’Amaca, la sua rubrica, dal titolo «Dire minchiate non è reato» nella quale dà ragione ai giudici del tribunale di Lucca. Afferma il giornalista: «Non bisogna offendersi. Non bisogna indignarsi. Non bisogna querelare (a parte i rari casi nei quali la querela è nelle cose, è dovuta, è inevitabile). Non bisogna mostrare le ferite. Bisogna andare sorridendo alla guerra delle parole e dunque alla guerra della politica, ribattere colpo su colpo, chiamare pregiudizio il pregiudizio, razzista il razzista, minchiata la minchiata, Vannacci i Vannacci». In pratica, se qualcuno dice una sciocchezza, anche gravissima, antistorica e manifesto di un substrato culturale intriso di sangue se si guarda quella realtà che, secondo Serra, va «sbandierata per vincere la guerra», non bisogna prendersela ma portare avanti gioviali e con orgoglio il proprio modo di essere. È qui che ci è tornato alla mente Sirchia. L’allora ministro della Salute ebbe coraggio, non solo perché sapeva di mettersi contro le multinazionali del tabacco, ma anche perché non guardò in faccia nessuno, ma mise a rischio consensi nell’opinione pubblica, pur di onorare al meglio il proprio ruolo di uomo delle istituzioni. Era piena era berlusconiana quindi il termine dittatura fu tirato fuori persino in quel caso, ma una volta tanto lo Stato fece lo Stato comprendendo che certe battaglie possono essere combattute anche grazie alla forza della legge che talvolta deve infischiarsene della miopia del popolo e imporre ciò che è giusto su ciò che è comodo. E lo stesso vale per chi la legge la deve far rispettare difendendone i principi costituzionali a ogni costo: perché le rivoluzioni, anche culturali, non si combattono come un’allegra brigata o una gioiosa macchina di guerra, ma con la forza della verità. La stessa che, se insultassimo su queste colonne chi dice certe «minchiate», costerebbe, a noi sì, una corposa querela.
© Riproduzione Riservata