LA LEGGENDA
Dominguez, il carattere vincente e il rugby varesino
L’icona azzurra: «Qui servono strutture. Parabiago è avanti, Varese migliora»
Il miglior marcatore nella storia del rugby azzurro, un giocatore epocale e un personaggio che incarna il rugby. Diego Dominguez per la palla ovale italiana è una leggenda. Le sue parole aiutano a inquadrare le difficoltà, la crescita, gli ultimi grandi risultati e come indirizzarli nel modo giusto. Con uno sguardo nazionale e anche locale. Con 74 presenze in azzurro e il titolo di miglior marcatore nella nostra storia chi meglio di Dominguez può illustrare il percorso che l’Italia ha fatto e sta facendo? Un percorso fatto di picchi esaltanti e di lunghi periodi di magra, ma che nel complesso segna una crescita per nulla banale. Sono passati quasi 30 anni da quella vittoria di Grenoble sulla Francia che permise agli Azzurri di meritarsi definitivamente l’ingresso nel “rugby che conta”. Un successo che ha portato all’estensione dell’allora Cinque Nazioni all’attuale Sei Nazioni, in cui l’Italia - insieme alle potenze storiche di Inghilterra, Irlanda, Galles, Scozia e Francia - gioca da 27 edizioni.
A 26 anni di distanza, come giudica l’ingresso e la presenza dell’Italia nel Sei Nazioni?
«All’Italia il Sei Nazioni ha fatto e sta facendo bene. Ma il progresso non è facile, soprattutto contro paesi dove il rugby si gioca da cento anni e più e dove si gioca ogni giorno anche nelle scuole mentre qui non succede. Questo è uno svantaggio enorme, perché è solo quanto impari un gesto da piccolo e poi lo ripeti continuamente che quel gesto diventa davvero naturale. Da noi si comincia a ripetere il gesto tutti i giorni solo nelle categorie un po’ più alte: capito la differenza? Ciò ha un’incidenza enorme dopo, quando si arriva nell’alto livello. Pur con questo svantaggio, l’Italia ha fatto molti progressi al maschile. Pochi mesi fa ci mancavano due squadre nel mondo da battere, l’Inghilterra e la Nuova Zelanda, ora ne rimane una sola. E, altro traguardo da raggiungere, è arrivare a giocare i quarti di finale della Coppa del Mondo. Per continuare su questa strada serve allargare la rosa dei giocatori disponibili per la Nazionale, formando e preparando un 45-50 giocatori di alto livello che si giochino il posto».
Negli ultimi quattro anni i risultati sono arrivati, proprio dopo il periodo più difficile delle 36 sconfitte consecutive tra 2015 e 2022: cosa è cambiato?
«Fondamentale è ottenere le vittorie: aiutano tantissimo. E arrivano perché si cominciano a vedere diversi giocatori di alto livello, atleti che vanno a giocare nei campionati francesi del Top 14 e Pro D2 e in quello inglese della PREM Rugby. In questi campionati si gioca contro i migliori al mondo ogni weekend. Ciò aiuta davvero tanto a crescere, a fare esperienza e restare al passo col top mondiale. Prima non era così, eravamo in pochi ad andare a giocare in queste serie».
In tutto ciò quale è stato il merito di Gonzalo Quesada, commissario tecnico dell’Italia dal 2024?
«Ha dato un grande contributo e lo ha fatto molto bene. Puoi avere anche i migliori giocatori ma, se non hai un buon conducente, la macchina non va. È stato molto bravo a gestire queste risorse, l’esperienza che i giocatori stanno acquisendo giocando all’estero. Si vede che quando gli Azzurri entrano in campo sono motivati, hanno voglia, si battono. In difesa sono migliorati tantissimo, oltre a fare un gioco offensivo molto bello. Poi, ovvio che ci sono sempre alcuni punti da migliorare, però lui sta facendo un ottimo lavoro. Quesada e tutto lo staff hanno dato alla squadra sicurezza, fiducia, autostima».
Lei incontrò per la prima volta Gonzalo Quesada a livello internazionale nel test match tra Italia e Argentina del 1998: che giocatore era?
«Un ottimo calciatore, ma non solo: era un giocatore strategico, intelligente, un signor numero 10. Non a caso ha fatto una Coppa del Mondo nel 1999 straordinaria con l’Argentina: coi Pumas è arrivato ai quarti di finale e, con 102 punti realizzati, è stato il miglior marcatore del Mondiale. Lo conosco bene, abbiamo avuto sempre un ottimo rapporto. Per dirne una, è stato lui che, dopo che ho terminato con la mia squadra di Parigi (lo Stade Français, ndr), è andato a giocare come numero 10 del club francese; abbiamo tante cose in comune».
Al femminile come valuta il percorso dell’Italia?
«Il rugby femminile ha iniziato a prendere bene in Italia, ora serve renderlo più popolare, fare in modo che si giochi in più regioni, che ci siano più giocatrici e far nascere più società. Così le nostre giocatrici possono migliorare ancora di più. I risultati delle Azzurre sono comunque ottimi: quarto posto finale nell’ultimo Sei Nazioni, grazie a due belle vittorie su Scozia e Galles e del punto bonus contro l’Inghilterra, cosa davvero difficile da ottenere contro le fortissime inglesi. I progressi sono grandi e, con un po’ di pazienza e costanza, nei prossimi anni si potranno fare quei due tre passi avanti importanti. Bisogna dire che le Azzurre stanno vivendo la stessa cosa che abbiamo vissuto noi maschi a inizio degli anni Novanta: il loro è un movimento che si sta formando, è in via di sviluppo. Quindi adesso è importante azzeccare la strada e canalizzare le risorse nel modo giusto. Per rendere più numerosi i movimenti maschile e femminile servono più giovani…Per questo dedico tanto, tanto tempo alle nuove generazioni. Per loro il mio impegno è continuo».
Qual è la prima cosa che guarda in un giovane che si avvicina al rugby?
«Il carattere. In uno sport come il rugby se non hai carattere non puoi giocare, tutto il resto è secondario. Essere competitivi, non mollare, non tirarti indietro: il nostro è uno sport di contatto e, quando vai a contatto, devi andare al 100%, senza esitazioni. E questo si vede immediatamente: il filtro deve essere fatto attraverso questo, il resto - tecnica, gesti, schemi - si impara col tempo».
Sempre a proposito di giovani, lei porta avanti un importante progetto, il “Diego Dominguez Rugby Camp”, anche nelle carceri minorili
«Sono 10 anni di presenza nelle carceri minorili, dove i detenuti passano una settimana con me e col mio staff a fare diversi sport, non solo rugby. Andiamo lì per trasmettere valori, esempi, riflessione, così che loro possano sentire altro attraverso lo sport. Perché lo sport unisce, nella sua forma più semplice: entri in campo, sudi, giochi per la squadra. E in tutti questi momenti in cui i ragazzi ti danno loro la attenzione, tu in quel momento lo cogli per trasmettere tutte le cose che dicevo. Al Beccaria di Milano il progetto va avanti da nove anni, al Nisida da tre anni e a Bari da due».
Come vede il rugby nel nostro territorio? Cosa si può migliorare?
«Serve migliorare le strutture. Parabiago è molto più avanti in questo, e lo si vede dai risultati che ha. Il resto dei club sono un po’ più indietro. Varese ha fatto un bel passo in avanti negli ultimi anni con il nuovo campo e le nuove strutture. Bisogna avere le strutture, per lavorare meglio ed essere più accoglienti. Anche perché i genitori oggi guardano due cose quando loro figlio vuole iniziare uno sport: le strutture e la qualità degli allenatori. Quindi l’altra cosa da fare è investire sulla formazione degli allenatori, per avere tecnici formati, con bel carattere, contagiosi, dei leader».
Nel rugby attuale qual è la fase di gioco più determinante?
«Prima tra tutte la difesa. Una squadra che difende male non vince, magari fa delle mete ma intanto ne subisce molte di più. Guardiamo il Sudafrica, la squadra che meglio difende al mondo: è da due edizioni campione del Mondo e forse vince anche la prossima. Il modello sono loro. La seconda cosa è il gioco al piede, oggi indispensabile. Non devono saperlo fare solo i numeri 9 e 10 ma almeno tutti i trequarti e magari anche qualche terza linea. Il gioco al piede è indispensabile perché oggi le squadre forti hanno difese chiuse. Grazie al gioco aereo si va a cercare l’errore dell’altro, con l’errore la struttura difensiva avversaria si disorganizza e tu così puoi attaccare. Uno stile di gioco assecondato anche dalle nuove regole introdotte negli ultimi anni. Queste aiutano a rendere il rugby più attraente, più mobile, più divertente; altrimenti passi tutto il tempo ad andare contro i muri».
A proposito di novità, quest’anno l’Italia e le altre principali nazionali si sfideranno tra emisfero Nord e Sud non più nei classici test match estivi e autunnali ma all’interno di una nuova competizione che li racchiude e ordina, il Nations Championship. Che ne pensa?
«Molto bene. Questo nuovo torneo crea un nuovo stimolo perché si gioca per i punti con classifica e finali. I test match li giocavi per il prestigio. E immagino che la distrbuzione degli introiti di questo torneo sarà fatta, come nelle altre competizioni rugbistiche, in base ai risultati. È una cosa giusta e creerà uno stimolo ben più grande».
Avendo di fronte a sé tutti confronti impegnativi, per l’Italia potrà essere più difficile far debuttare o testare i giovani?
«Non è che l’Italia deve cercare di far debuttare i giovani, l’Italia deve farlo. Ma questo Gonzalo Quesada lo sa benissimo, perché per la Coppa del Mondo in Australia in programma tra ottobre-novembre 202 dovrà avere quella base di almeno 45-50 giocatori che dicevo tra i quali scegliere i 32 per il Mondiale. Quindi bisogna far debuttare i giovani, farli giocare a livello internazionale per vedere chi tiene a livello mentale, chi ha il carattere per giocare a quel livello. Poi la tecnica si impara, quello che conta è vedere chi ha la capacità di imporre il proprio carattere».
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