CONTROPASSATO PROSSIMO
La Piccola Pace nella grande Guerra
La tregua del 24 dicembre 1914: fraternizzare col nemico è alto tradimento, ma è Natale e succede qualcosa di straordinario

24 dicembre 1914, regione di Ypres, Fronte occidentale della Prima guerra mondiale. È la vigilia di Natale e Bruce Bairnsfather, mitragliere del Royal Warwickshire Regiment, sta accovacciato in trincea “bagnato e coperto di fango”, racconta nelle sue memorie. In Belgio ha piovuto per settimane, ma quella notte è magnifica: cielo stellato e luna splendente.
Il conflitto è iniziato da sei mesi e, dopo le battaglie di Tannenberg, della Marna e di Ypres, si contano già un milione di ragazzi morti o feriti. Una guerra di logoramento: sui quasi 700 km di fronte, i tanti soldati accorsi ad arruolarsi con entusiasmo sono esausti. Hanno capito di essere finiti in una immane carneficina, inchiodati nelle trincee tra “pidocchi, ratti, filo spinato, pulci, granate, rifugi sotterranei, corpi, sangue, topi, proiettili, bombe, fuoco: una cosa infernale”, come ricordò il pittore Otto Dix.
Verso le 22 Bruce ode qualcosa “dall’altra parte del campo”. Si gira verso un compagno: “senti i tedeschi che fanno quel baccano laggiù?”. “Sì”.
Stanno cantando “Stille Nacht”, la canzone di Natale. Gli inglesi rispondono subito con “Silent Night”. È come una scintilla: al termine si applaudono tutti e si urlano “Merry Christmas!”. Dalla trincea tedesca spuntano tanti piccoli abeti illuminati da candele, accolti con emozionanti “fischi di gioia”. Nella confusione, all’improvviso, un grido: “Vieni qui!”. “Tu vieni a metà strada, io vengo a metà strada”, risponde un sergente inglese.
La scena si ripete lungo quasi tutto il fronte, spontaneamente. Sembra incredibile, ma sta succedendo qualcosa di impensabile: in un’altra zona un tedesco esce dalla trincea. E – secondo il soldato Alfred Dougan Charter – accade “la cosa più straordinaria che si possa vedere: stavamo per sparare a quel tedesco, e poco dopo eravamo tutti in festa”.
Una specie di magia: fraternizzare col nemico è alto tradimento, e spesso le trincee sono così vicine che i soldati si guardano negli occhi mentre si ammazzano a vicenda. Ma è Natale. E quei ragazzi esausti, lontani dalle famiglie, si incontrano nella terra di nessuno, senza “un atomo d’odio”, conclude Bairnsfather.
Anzi: i soldati accendono grandi falò, cantano insieme e si scambiano doni: cioccolato, sigarette, whisky, cartoline. I tedeschi amano il prosciutto inglese, gli inglesi il salame tedesco. Poi rientrano nelle trincee: non è stato sparato un proiettile. Spunta l’alba di Natale: cosa succederà? Ricomincerà la carneficina?
Verso le otto, un grido rompe il silenzio: “Venite qui!”. La tregua tiene. E allora di nuovo tutti fuori, nella terra di nessuno: sono stanchi di uccidere. A Wez Macquart Jack Reagan piazza nel terreno ghiacciato uno sgabello. È un parrucchiere, e chiama tutti: è Natale, bisogna almeno tagliarsi i capelli e si forma subito una lunga coda di amici e nemici.
A Ypres, invece, compare un pallone, forse fatto di stracci. Una sfida memorabile: Germania-Inghilterra. Come porte i cappotti, come si fa da ragazzini. Finisce 3 a 2 per i tedeschi, ma il risultato non conta. Insomma, in quel Natale 1914 scoppiò una piccola pace nella Grande Guerra. Poi la mattanza ricominciò, e fece 14 milioni di morti. Ma quello fu un momento meraviglioso, spontaneo, e coinvolse non meno di centomila soldati.
Non tutti, ovviamente: un militare si chiese nei suoi diari “che fine ha fatto l’onore dei tedeschi?”. Era indignato e furioso, si chiamava Adolf Hitler. Anche i vertici militari si scandalizzarono per quella vergogna, e la reazione fu furibonda: ogni contatto col nemico fu vietato sotto la minaccia della Corte Marziale. Chiaro: non per caso un mese prima Winston Churchill si era domandato “cosa potrebbe mai accadere se all’improvviso tutti gli eserciti entrassero contemporaneamente in sciopero e dicessero che bisogna trovare un altro sistema per ricomporre la disputa?”. Aveva avuto la sua risposta. Del resto, come ricordò il soldato Josef Wenzl, “si vede che i sentimenti umani sopravvivono persino in questi tempi di uccisioni e morte”. Ed è bello pensarlo, anche un secolo dopo.
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