NELL’UNIVERSO
La sonda Voyager 1 non ci parla più: dà i numeri
Lontana 24 miliardi di chilometri, ha un computer rotto: ingegneri al lavoro

Dunque le cose stanno così: se quando vi parlano di Natale pensate al presepio, se quando vi dicono “auto” pensate alla Prinz e se quando sentite la parola computer vi viene in mente il Vic 20, allora questo articolo fa proprio per voi. Già, perché parleremo di un oggetto degli anni Settanta del secolo scorso che, avendo funzionato per quasi cinquant’anni, ha tutto il diritto di rompersi e di andare in pensione. Beh, oddio, non è che le cose stiano proprio così.
Quell’oggetto è la punta di diamante della tecnologia degli anni Settanta: si chiama Voyager1 ed è la più vecchia sonda spaziale in viaggio nell’universo. Da quando, nel 1977, Jimmy “nocciolina” Carter presidente degli Usa, fu sparata nello spazio, ci ha permesso di vedere da vicino non il vicino o la vicina di casa, ma Giove e Saturno, i giganti gassosi del nostro Sistema Solare. E poi ha tirato dritto, instancabile, tanto che ora, distante dalla Terra più di 24 miliardi di chilometri, percorsi in 46 anni, potrebbe addirittura permettersi di girarsi e di spernacchiare Forrest Gump e il suo «Sono un po’ stanchino, credo che tornerò a casa ora».
Perché lei, Voyager1, a casa non tornerà mai: tra circa 300 anni arriverà alla Nube di Oort, il serbatoio di asteroidi e comete che circonda il Sistema Solare, e se tutto andrà bene in altri trentamila anni la attraverserà da un capo all’altro. Un giochetto da ragazzi. Eppure... Eppure, che fine ha fatto Voyager1, o meglio, che le succede? A bordo, per raccogliere dati durante il suo viaggio, ha tre computer con cui rileva, riordina e trasmette le sue conoscenze a noi umani sulla Terra; ma pare che il computer numero 3 sia andato in tilt e trasmetta alternativamente solo 0 e 1, i due numeri base del codice binario in cui sono mandati i dati.
Quindi a noi arriva una serie di cifre tanto semplice quanto insensata. Ed eccoci al problemone: quel computer va aggiustato, riprogrammandolo, stando a 22,5 ore di comunicazione alla velocità della luce di distanza, il che vuole dire che di ore ne occorrono minimo 45 per capire se l’istruzione data sia quella giusta. Ci vorranno settimane, forse mesi, e intanto miliardi di dati andranno persi, perché le memorie dei computer della Voyager1, create 50 anni fa, sono inferiori a quella della chiave con cui oggi apriamo le nostre auto. Quindi la trasmissione continua dei dati è l’unica possibilità che ci arrivi conoscenza. Ce la faranno gli ingegneri della Nasa, ristudiando tecnologie dimenticate e di cui probabilmente manco più esistono i manuali, ad aggiustarlo? Chissà se la Cometa suggerirà ai Re Magi la risposta da riferire, nel presepio, a Gesù Bambino...
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