LA “SPAGNOLA”
L’epidemia che sconvolse il mondo

In tutta Europa la guerra infuriava ancora e i cadaveri si contavano a milioni quando, nel marzo 1918, l’agenzia spagnola Fabra comunicò che “una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid”.
Nel giro di pochi giorni, due madrileni su tre erano contagiati, compreso il Re Alfonso XIII. Era arrivata la “Spagnola”: l’epidemia che tra il 1918 e il 1920 costò almeno 50 milioni di morti, dal 3 al 5 per cento della popolazione mondiale.
Per dare il senso, in tutta la Grande Guerra le vittime furono circa dodici milioni.
Compariva dal nulla: tosse, febbre alta improvvisa, sbocchi di sangue. Poi un colorito blu diffuso, e in pochi giorni la morte. Inoltre, non colpiva solo i più fragili, gli anziani e i bambini, ma gli adulti più robusti e resistenti.
Da dove veniva? Le bufale si sprecavano: alcuni accusarono i cinesi reclutati dagli Alleati come manovalanza. A Boston, invece, una donna giurò di aver visto una nube tossica provenire da una nave tedesca camuffata. Per altri ancora, i nemici erano sbarcati segretamente dai sottomarini e avevano sparso fiale contaminate nei cinema e nei teatri.
In realtà i primi focolai si erano sviluppati in America, nei centri di addestramento militare in Kansas e in Texas: mille colpiti improvvisamente in pochi giorni.
In breve, la pandemia arrivò in Europa con i ragazzi americani: si ammalavano in trincea e, trasportati nelle retrovie, entravano in contatto con i civili.
Nella primavera del 1918 i tre quarti delle truppe francesi, la metà di quelle inglesi, e un milione di soldati tedeschi erano contagiati. In pochi mesi, un miliardo di persone ne accusò i sintomi, dal cuore dell’Africa all’Alaska, dal Pacifico alla Russia. Ma nei Paesi in guerra la censura impediva di parlarne per non abbassare il morale della popolazione, così le uniche notizie arrivavano dalla penisola Iberica, rimasta neutrale. Per questo l’influenza fu battezzata, appunto, “Spagnola”.
Nel frattempo, la comunità scientifica era spiazzata e divisa. Non c’erano rimedi e molti tentarono pozioni “fatte in casa”: il chinino, del tutto inutile, fu preso d’assalto. Per non parlare delle “medicine miracolose” vendute per strada dai ciarlatani.
Come tutte le pestilenze, anche la “strana influenza” colpì alla cieca, senza risparmiare nessuno: il Mahatma Gandhi, Franz Kafka e Walt Disney si salvarono. E in Italia, Costante Girardengo, che vinse il giro d’Italia del 1919, per fare solo pochi esempi.
Altri invece non sopravvissero: tra i molti, il braccio destro di Lenin, Jakov Sverdlov, e Edmond Rostand, l’autore del Cyrano de Bergerac. Tutti comunque pagarono un prezzo spaventoso.
La guerra, con i suoi lutti e le sue privazioni, stava per finire, ma nuovi divieti furono imposti: cancellati gli spettacoli nei teatri, sospesi i mercati, chiusi i ristoranti.
In Italia la strage iniziò nell’estate del 1918. I soldati combattevano in trincea e nei paesi fu persino vietato suonare le campane a morto, mentre sugli autocarri venivano caricate bare improvvisate: il legname non bastava per tutti i cadaveri e ci si arrangiava distruggendo porte e mobili.
E, naturalmente, ai funerali nessun prete, nessun fiore, nessun parente. Era troppo pericoloso. Persone seppellite “come cani”, narrano le lettere di quei giorni.
Tra ottobre e novembre ne morirono 360mila. Alla fine, circa 500mila: quanti e più della guerra.
Un’ecatombe invisibile, censurata dalla stampa e dimenticata anche per volontà del governo: era il mese decisivo e non si doveva turbare il fronte per l’ultimo sforzo. Poi, dopo la vittoria, morire di “influenza” era stato ben poco, rispetto ai caduti per la Patria.
Quelli sì, da onorare come eroi. A oggi rimangono allora le lunghe colonne dei necrologi sui giornali e, soprattutto, il commento del «Times» di Londra del 18 dicembre 1919: “dai tempi della Morte Nera mai una simile pestilenza aveva spazzato la faccia del mondo. E mai, forse, una pestilenza è stata accettata più stoicamente”.
© Riproduzione Riservata