SUL PALCO
La vita di san Francesco come un copione teatrale
Giovanni Scifoni al teatro Tirinnanzi di Legnano con “Frà”: il racconto delle vicende del patrono d’Italia
Un san Francesco come non si era mai visto. Nell’anno dell’ottavo centenario dalla morte del patrono d’Italia, anche l’attore Giovanni Scifoni prova a interpretare un personaggio così complesso e profondo con lo spettacolo “Frà”, in scena questa sera, venerdì 17 aprile, alle ore 21, al Teatro Tirinnanzi di piazza IV Novembre a Legnano. Uno spettacolo (andato tutto esaurito ormai da tempo) scritto dallo stesso Scifoni con la regia di Francesco Ferdinando Brandi.
Al centro di tutto San Francesco d’Assisi, raccontato senza aureole statiche né sguardi sofferenti: stavolta c’è un Francesco pieno di contrasti, capace di ridere, di sorprendere, di dire cose scomode e di farle arrivare in faccia. E Scifoni, attore, drammaturgo e personaggio televisivo, con il suo stile diretto e arguto riesce a renderlo più vicino di quanto si possa immaginare.
Ma chi era davvero Francesco? Di fatto un ribelle, un artista, un uomo che ha scelto la povertà come forma di libertà. Lo spettacolo gioca con questa figura così celebre e così difficile da incasellare: l’attore romano racconta la vita del santo come fosse un vero copione teatrale pieno di colpi di scena. Il presepe? Un’invenzione geniale. Le sue prediche? Spettacoli a cielo aperto. Francesco era infatti capace di tutto, e lo faceva con una passione che sfiorava la follia. La regia della piece permette peraltro di dare spazio alla creatività in un racconto ricco, leggero e profondo allo stesso tempo, che mescola parole, musica, ironia e poesia. Scifoni si muove di fatto tra sacro e quotidiano, come se le due cose fossero da sempre legate. E forse lo sono.
Il monologo, orchestrato con le laudi medievali e gli strumenti antichi di Luciano di Giandomenico, Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli, interroga soprattutto sull’enorme potere persuasivo che genera ancora oggi la figura di Francesco, e ripercorre la sua vita e il suo sforzo ossessivo di raccontare il mistero di Dio in ogni forma, fino al logoramento fisico che lo porterà alla morte: dalla predica ai porci fino alla composizione del cantico delle creature, il primo componimento lirico in volgare italiano della storia, Francesco canta la bellezza di “frate sole” dal buio della sua cella, cieco e devastato dalla malattia. E poi il gran finale: il rapporto di fratellanza, quasi di amore carnale, che aveva con “Sora nostra morte corporale”. Neanche il pubblico potrà scappare da questo: incatenato sulle poltrone sarà costretto anche lui ad affrontare il vero, ultimo, grande tabù della nostra contemporaneità.
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