DOPO IL REFERENDUM
L’Aula è gremita: è il giorno della Costituzione
Il 22 dicembre 1947 i “giganti” che dovevano ricostruire l’Italia sono stati chiamati a votare per far nascere un paese democratico

Roma, 22 dicembre 1947. Fa freddo, ma splende un bel sole. L’Aula di Montecitorio è gremita, non c’è posto nemmeno nelle tribune del pubblico. Molte le signore, elegantissime. Presenti anche gli ambasciatori di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Un gruppo di garibaldini si nota per le camicie rosse: rappresentano il legame tra il passato e il presente, tra il “primo” e il “secondo” Risorgimento, quello della Resistenza.
È una giornata memorabile, e palpabile l’emozione: l’Assemblea Costituente deve votare il testo della Costituzione. Sta nascendo l’Italia democratica, dopo vent’anni di dittatura fascista. Si inizia alle 17, prende subito la parola Meuccio Ruini: «è la prima volta, nel corso millenario della storia che l’Italia unita si dà una libera Costituzione». È vero. Dopo il referendum del 2 giugno 1946, l’Assemblea Costituente ha lavorato un anno e mezzo. Un impegno enorme: 347 sedute, 1.663 emendamenti, 1.097 interventi da parte di 275 oratori.
Ma, afferma ancora tra gli applausi Ruini, «l’esigenza dell’opera collettiva, della collaborazione di tutti, in democrazia è l’inevitabile, ed è la stessa forza della democrazia». Ha ragione, e non era scontato: esplosa la Guerra Fredda, nel maggio del 1947 i comunisti e i socialisti sono stati estromessi dal governo di unità nazionale di Alcide De Gasperi. Eppure, nonostante le divergenze ideologiche, i costituenti hanno continuato a collaborare lontano dai riflettori della stampa, evitando polemiche propagandistiche o di parte.
Certo, vi sono stati anche forti contrasti. L’articolo 7, ad esempio, riprende i Patti Lateranensi firmati da Mussolini nel 1929 e crea una condizione di privilegio per la Chiesa, ma è stato votato anche dai comunisti, per non turbare “la pace religiosa”.
Alla fine, l’hanno scritta tutti insieme: democristiani, comunisti, socialisti, liberali, azionisti, repubblicani. Manca, ovviamente, l’estrema destra legata ai ricordi del fascismo: il Movimento Sociale Italiano viene fondato a Roma qualche mese dopo, il 26 dicembre 1946, ma la Costituzione tutela anche loro. Comunque, ne è uscito un testo originale. In 139 articoli coniuga storie e ideologie diverse - cattolica, marxista e liberale - garantisce la piena tutela delle libertà, riconosce le istanze sociali più avanzate e disegna un modello di democrazia liberale e inclusivo. Soprattutto, bandisce per sempre ogni scivolamento autoritario.
Frutto di un compromesso ma, senza dubbio, “al rialzo” - come ha rivendicato Palmiro Togliatti - qualcosa “di molto più nobile ed elevato”. La Carta “non dell’uno o dell’altro partito”, bensì “di tutta la Nazione”. Alle 17 e 10 inizia la chiamata per la votazione. Uno dopo l’altro sfilano i giganti che stanno ricostruendo il Paese. Molti, peraltro, usciti da anni di galera, esilio o confino. È il meglio che l’Italia può offrire: Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Luigi Einaudi, Leo Valiani, Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Aldo Moro, Amintore Fanfani e molti altri.
Alle 18 e 18 minuti l’ultimo voto. Poi il presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini proclama il risultato: 515 votanti, 453 favorevoli, 62 contrari (i monarchici). Si alzano tutti in piedi tra applausi, ovazioni e l’Inno di Mameli. La seduta termina alle 19 e 10.
L’Italia ha la sua Costituzione, il “solenne patto di amicizia e di fraternità di tutto il popolo”, sostiene Terracini. Il passato si è chiuso per sempre, gli italiani possono guardare avanti, al futuro. Negli ultimi decenni si è discusso molto sulla “vera” attuazione della Costituzione e sulla necessità di riformarla. Si citano gli articoli legati al lavoro, alla guerra, ai poteri del governo. Raramente, però, si ricorda l’articolo 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
Da qui, forse, si potrebbe allora ripartire. Perché la Costituzione è scritta, ma è compito dei cittadini e della classe dirigente applicarla.
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