AL LAZZARETTO
Sostare avvolti dal cielo in una stanza

La celebre canzone di Gino Paoli, che viene cantata e suonata con arrangiamento organistico per sei ore consecutive, dà il titolo alla performance, ideata da Ragnar Kjartansson e curata da Massimiliano Gioni per la Fondazione Trussardi, visitabile fino al 25 ottobre.
Di fatto ci si trova in una chiesa (San Carlo in Lazzaretto a Milano) ad ascoltare questa canzone ripetuta da un performer che canta e suona l’organo. L’aspetto più interessante è l’impalcatura concettuale che regge la performance del duo Kjartansson-Gioni, che si sviluppa su due direttrici. Da una parte sta l’idea che essa possa rappresentare una sorta di “monumento” ai mesi trascorsi in cattività al chiuso delle nostre case durante la pandemia, e qui c’è da chiedersi se non sia fuori tempo, se non sia cioè troppo presto per ricordare quell’avvenimento che dichiaratamente ancora non è terminato, o troppo tardi per portare un diretto conforto ai rinchiusi, poiché, per adesso, rinchiusi non siamo più.
La performance pare la versione secolarizzata di una funzione cattolica in cui performer e organo occupano le posizioni del celebrante e dell’altare, con una caratteristica, a mio avviso, paradossale: l’azione smentisce gli assunti modernisti recepiti dalla Chiesa postconciliare, di cui l’arte moderna e almeno parte di quella contemporanea sono portatrici, cioè l’idea di superamento della tradizione, soprattutto quando quest’ultima è europea e occidentale.
Il performer, infatti, diventa il vertice di questa orazione laica, “celebrando” versus deum, o più popolarmente, con le spalle al popolo, come d’uso, appunto, nella liturgia preconciliare. L’aver scelto questa chiesa, legata alla storia delle pestilenze milanesi, quale luogo della performance è stata un’intelligente trovata del curatore, Gioni (che mi fa propendere nel considerare l’opera come opera realizzata a quattro mani: quelle del curatore e quelle dell’artista), che rende chiaro quanto importante sia il luogo di presentazione nell’operazione di decifrazione di un’opera come questa. L’allestimento previsto in quest’occasione non modifica solo la ricezione dell’opera originariamente pensata per il laico National Museum di Cardiff (2018): ben diversa è la ricettività dello spettatore all’interno di uno spazio consacrato piuttosto che in uno spazio museale; ma modifica anche la canzone, la quale, dissipando il suo afflato di amore profano, ne acquista uno più corale e comunitario, e prova ad amplificare, storicizzandola, la consapevolezza del luogo ospitante. Aver accennato allo spazio in cui l’azione si svolge ci porta all’altro appoggio concettuale, cioè l’idea che la canzone di Paoli «rivela - afferma l’artista - una delle caratteristiche fondamentali dell’arte: la sua capacità di trasformare lo spazio». Concezione pittorica, per la quale l’illusione visiva agisce sulla percezione spaziale. Questo lavoro equipara le proprietà spaziali del suono in relazione con un’architettura a quelle delle arti visive. La potenza della parola cantata evoca l’immagine del cielo in una stanza, alla stessa stregua di un dipinto che figurativamente evoca situazioni o paesaggi.
L’architettura austera, silenziosa e salda della chiesa ben si presta a fornire un contrappunto visivo alla aerea canzone e induce a chiedersi se ci si debba illudere che il cielo entri in essa, quindi, in fondo, confinandoci ancora al chiuso; o se ci si possa immaginare che la musica dissolva le pareti, riportando la chiesa ad uno dei suoi stadi storici, quand’era priva di muri. Purtroppo le norme antivirus che regolano l’accesso alla performance, prevedendo la permanenza all’interno solo per 20 minuti in piccoli gruppi (obbligatoria la prenotazione), non concedono il tempo di inseguire le proprie sensazioni e così il dilemma resta aperto…
In definitiva, una performance che lega all’aspetto sensibile una componente mentale molto ricca, i cui estremi sono probabilmente a portata del spettatore, ma che rendono non immediata una sua totale fruibilità.
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