IL MANOSCRITTO
Le mie Prigioni di Silvio Pellico: successo del Risorgimento
Il racconto dei suoi due anni di galera tra Milano e Venezia e degli otto nella fortezza dello Spielberg

Nei primi giorni del novembre 1832 uscì a Torino Le mie prigioni di Silvio Pellico. Il libro ripercorreva la sua drammatica esperienza: due anni di galera tra Milano e Venezia e otto nella fortezza dello Spielberg, in Moravia. Arrestato il 13 ottobre 1820, Pellico era stato condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo. Graziato dall’Imperatore d’Austria, era tornato a Torino il 17 settembre 1830.
Tormentato dagli incubi, non voleva raccontare quell’inferno: di sicuro gli avrebbero dato del bugiardo, di aver esagerato. Ma “il riposo dei pusillanimi non ha alcun valore”, gli ripeteva il suo confessore, l’abate Giordano, e alla fine si era convinto: in meno di un anno il manoscritto era pronto e l’editore Bocca lo aveva subito acquistato per 900 lire.
Nato a Saluzzo nel 1789, smilzo e occhialuto, Pellico era cresciuto nella Francia rivoluzionaria. Tornato a Milano nel 1809, aveva conosciuto Ugo Foscolo e Vincenzo Monti e scritto alcune tragedie teatrali: la Francesca da Rimini aveva avuto un gran successo nel 1815.
Si vivevano gli anni della “Restaurazione”. Il Congresso di Vienna del 1815 aveva diviso la penisola in sette Stati, ma stava nascendo l’idea di nazione: gli italiani erano un popolo e avevano diritto alla libertà e all’indipendenza. Il Risorgimento, appunto. Nel Regno Lombardo-Veneto - “regno” di nome, ma in realtà una provincia dell’Impero Austriaco - si diffusero allora le società segrete e come molti anche Pellico, miscredente ma pieno di passione patriottica, aderì alla Federazione, una cellula della Carboneria. La sola iscrizione era un reato e, in breve, la polizia austriaca li scovò tutti. Alcuni fuggirono, altri finirono in carcere: Federico Confalonieri, Giorgio Pallavicino, Francesco Arese tra i molti. Tutti giovani, tutti cospiratori e tutti condannati a morte, ma poi spediti allo Spielberg.
Un inferno: le celle erano antri sotterranei, umidissimi, quasi senza luce, solo un tavolaccio e una dieta al limite della sopravvivenza. All’inizio in isolamento, dopo in coppia: Pellico visse con l’amico Piero Maroncelli. Insomma, le giornate erano una disperata lotta per la vita. I detenuti si ingegnarono come poterono: Maroncelli fabbricò pennini con le lische del pesce, inchiostro con i medicinali e carta ingommando la carta igienica con la mollica del pane. Alcuni morirono, altri furono graziati dopo anni, ormai demoliti nel corpo e nello spirito.
E questo era il libro: il racconto di dieci anni da sepolto vivo con uno stile scarno, vero e diretto. Ma non era - in teoria - un pamphlet politico. Pellico infatti in prigione si era convertito e offriva una commovente prova di “cristiana rassegnazione”, fino ad accettare il sacrificio e mostrare compassione verso gli altri, anche i carcerieri. Un capolavoro che però, all’inizio, attirò non poche critiche. Per alcuni la sua fede era “una commedia”, per altri aveva tradito il “secolo dei lumi” e il patriottismo.
Eppure, l’impatto politico fu incredibile: il libro veniva letto come la condanna di un sistema brutale che perseguitava galantuomini solo per le loro idee. E la crudeltà delle prigioni si trasformò nella metafora dell’oppressione austriaca sugli italiani. Così, Le mie prigioni entrò in tutte le case e diventò il libro più famoso del Risorgimento: nove ristampe fino al 1848 e un incalcolabile numero di copie pirata. Non solo. Tradotto in molte lingue, suscitò un moto di simpatia per i perseguitati in tutto il mondo: Confalonieri - graziato anche lui e trasferitosi in America - nel 1837 raccontava di averlo trovato ovunque, “dalle capanne dell’Alabama fino a quelle del Michigan e del Canadà”. Anche gli “indiani” leggevano Pellico, forse intravedendo qualche similitudine. Ma, soprattutto, Le mie prigioni distrussero l’immagine dell’Austria: secondo Klemens von Metternich, il potentissimo ministro austriaco, quel libro costò “più di una battaglia perduta”. Mancavano trent’anni all’Unità d’Italia, ma il Risorgimento era iniziato, trascinato anche dal potere delle parole.
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