IL FESTIVAL
Le notti di Amadue e l’elogio della banalità
Un evento nazionalpopolare, ma lo show canoro passa in secondo piano tra gag e ospitate milionarie

Immaginatevi di essere tra i fortunati che possono sedersi su una delle poltroncine dell’Ariston la sera dell’apertura del Festival di Sanremo. Fortunati? Certo ma non avete fatto i conti con AmaDue, laddove due (di notte) sta per l’orario di congedo di artisti e pubblico: oltre cinque ore, durante le quali l’unico tempo per sgranchirsi le gambe è quello dettato dalla scaletta della pubblicità.
Pensate ora a chi invece è deputato a dare conto dell’avvenimento folcloristico italiano più importante dell’anno e che deve sottostare ai diktat del servizio pubblico in spregio dei quotidiani del giorno dopo. Direte: ma c’è il web. Già, ma non è che cambi molto a meno di non considerare che un sito si faccia con un clic e che chi digita quel clic soffra d’insonnia. Il punto di partenza dell’analisi di questo Festival sanremese parte proprio da qui.
Ovvero dall’assoluta mancanza di rispetto per gli operatori dell’informazione e del pubblico che segue Sanremo. Non è questione di oggi, certo: questo malcostume di tirar tardi per riempire il carnet di sponsorizzazioni è ormai diventato un cliché anche per le tv a pagamento. Ma per Sanremo sorge un sospetto: che si voglia, cioè, tagliar fuori per scelta gran parte della critica ragionata sulle tendenze musicali, per ammucchiare una serie di contenuti spettacolari che fanno la fortuna del cotto e mangiato. Ovvero della pratica dei social dove tutto passa in un tubo digerente senza estremità.
Che il Festival sia ormai assurto da evento nazionalpopolare a data istituzionale ce l’ha confermato lo scorso anno la presenza autorevole del presidente della Repubblica e quest’anno l’ouverture della Fanfara dei carabinieri del IV Reggimento a cavallo. Da bravo presentatore, AmaDue incarna l’esecutore d’una (pre)potenza mediatica consacrata proprio dalle istituzioni e dai politicanti e dai manager che non di rado le rappresentano.
Così lo show canoro passa in secondo piano, tra gag e ospitate milionarie. E pochi si accorgono della pochezza dei testi e delle musiche in gara, dell’imperfezione inammissibile dell’apparato fonico e audio dinanzi all’autocelebrazione del 4K, della quasi univocità di stili (dov’è finito il rock?) in favore d’un calderone musically correct, cucinato da pochi autori, che mescola generi diversi, ammiccando al consenso. Nasce qui quell’ibrido che fa cantare a Fiorella Mannoia un testo che avrebbe contenuti importanti con un riff da spiaggia dominicana o il pastrugno pop dei pink - più che punk - La Sad e ancora la solita tiritera commerciale di Annalisa o la sdolcinatura demodé di Diodato (possibile sia invecchiato così tanto negli ultimi quattro anni?), la deriva popereccia dei Ricchi e Poveri (ma la melodia?), il nulla di nuovo dei Negramaro, l’ingessamento di Mahmood, il refrain desilvestriano dei The Kolors, l’acqua tiepida spacciata per fresca ballata di Sangiovanni o l’ennesima ditata senz’unghia di Loredana Bertè a un presente ingolato che può far fessi giusto i nostalgiconi della Sala Stampa sanremese, martedì notte forse storditi dallo sfinimento.
L’unico lampo nella bonaccia spacciata per tempesta, l’ha regalato Angelina Mango, figlia d’arte. Suo padre Pino con Il viaggio, nel 1985 restò fuori dalla finale ma vinse il Premio della Critica: paragone impossibile per inarrivabilità artistica. E perché i critici di quei tempi, alle due di notte dormivano il sonno del giusto.
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