CUCINA
“Jicama”, la patata che si mangia cruda

Quelle radici che arrivano dall’America. Si tratta di radici antichissime che stanno alla base dell’alimentazione delle popolazioni da secoli, ben prima della scoperta dell’America.
Molto diffuso è lo “jicama” o patata messicana (Pachyrhizus erosus), che può pesare fino a 20 kg.
Esportato poi anche in Asia, la parte interna della radice di questo rampicante, bianca, dolce e croccante, può essere mangiata cruda o cotta. Conosciuto anche per essere la patata che si mangia cruda in insalata o in pinzimonio, condito con succo di lime, chili e sale è una ricetta tipica messicana. Attenzione: lo “jicama” presenta una buccia di colore marrone chiaro che non è commestibile.
Gli aztechi lo utilizzavano per preparare medicamenti con i semi, il termine stesso deriva dalla parola azteca “xicamalt“: Altra radice, seppure non sia molto diffusa che assomiglia alla carota, è l’”arracacha” (Arracacia xanthorrhiza, diverse varietà) è originaria della regione andina del Perù e della Colombia e viene coltivata dai tempi della civiltà Inca e oggi risulta diffusa solo nelle limitate aree di coltivazione.
La radice, simile a una piccola carota tozza, si distingue per il gusto caratteristico, è molto ricca sul piano nutrizionale e contiene anche buoni quantitativi di proteine.
Non si può mangiare cruda, per cui viene tradizionalmente bollita e servita con formaggio, riso, purè di patate e zuppe. Qualche volta viene anche servita come dessert, addolcita con miele e papaia.
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