A TEATRO
Lino Guanciale, la parabola fatale del desiderio
Al Piccolo «Ho paura torero» di Lemebel, icona della letteratura queer e pop camp

È un “racconto-canzone”, un mosaico di voci che si distribuiscono in una “polifonia virtuale” da un romanzo che è allo stesso tempo Paese, il Cile, e città, Santiago, la nuova produzione del Piccolo Teatro di Milano che, dall’11 gennaio all’11 febbraio, al Teatro Grassi in prima assoluta, segna una nuova tappa del sodalizio tra Claudio Longhi e Lino Guanciale (@Masiar Pasquali).
Il primo regista, il secondo drammaturgo e tra gli attori di Ho paura torero, romanzo di Pedro Lemebel nella trasposizione teatrale di Alejandro Tantanian. «Attraverso da diverso tempo un amore per gli autori sudamericani contemporanei - spiega Guanciale - e mia moglie, consigliata da uno dei nostri librai di fiducia, mi ha regalato il romanzo di Lemebel di cui mi sono immediatamente innamorato. Ancor più che per la grande storia che vi si respira, sono rimasto colpito dallo stile di scrittura».
Da lì la condivisione con Longhi e, da parte del regista, la «folgorazione dovuta sia effettivamente alla qualità del linguaggio e della costruzione, in questo strano barocco con una grazia e una leggerezza incredibili, una evoluzione linguistica straordinaria, sia per questo rapporto stranissimo con la macchina narrativa e la trama». Un testo, quello di “Ho paura torero”, per Longhi «che appunto in virtù del linguaggio sembra scappare da tutte le parti, ma ha una concentrazione drammaturgica, una tensione, una misura quasi da forma drammatica più che romanzesca: questa contraddizione interna mi intrigava molto. Oltre al fascino del linguaggio, c’è il portato del romanzo stesso, questo invito costante a fare i conti con la Storia, con ciò che è stato, che credo sia particolarmente necessario in un presente che tende a soffrire abbastanza di amnesia. Credo che sia importante questo rapporto tra storia e Storia, tra nostra quotidianità e contesto in cui si colloca, il tipo di relazione che si crea tra questi due universi narrativi dentro i quali siamo immersi».
È la primavera del 1986 a Santiago del Cile, tra pattugliamenti e disoccupazione, dove la Fata dell’angolo, un passionale travestito, lo studente Carlos, militante del Fronte patriottico Manuel Rodríguez, il generale Augusto José Ramón Pinochet Ugarte e la sua donna Lucia danzano il loro bolero con il destino. Un racconto di formazione in bilico tra una dimensione privata, intima, sentimentale e una politica, sociale. Tra utopia, realismo e idealismo, opposizione al regime e riunioni clandestine. In un murale di storie incrociate, dolorose e appassionate.
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