SECONDA PARTE
L’Italia decide il proprio destino: il Giorno della Repubblica
Vengono chiamati a decidere direttamente i cittadini, anche le donne

2 giugno 1946. Dopo oltre vent’anni si torna a votare liberamente. La campagna elettorale è vivacissima, con un’enorme quantità di materiale propagandistico, mentre alla radio - la Tv arriverà solo nel 1954 - si applica la par condicio: stesso tempo per ogni partito. Bisogna costruire l’Italia della pace e della democrazia, a cominciare dalla forma istituzionale. I cittadini hanno due schede: una per scegliere Monarchia o Repubblica, l’altra con i partiti, per eleggere i 556 deputati dell’Assemblea Costituente. Come decidere il modo? È polemica: i monarchici premono per il referendum, sanno che la Costituente sarà controllata dai partiti filo-repubblicani. Anche la Dc preferisce il referendum: gli elettori cattolici siano divisi. Alcuni sono repubblicani, altri - molti - monarchici: meglio affidare la scelta alla libertà di coscienza degli elettori.
Alla fine vengono chiamati a decidere direttamente i cittadini. Tutti: finalmente anche le donne. In realtà su questa novità qualcuno è perplesso. Un giornale, «Il Progresso», titola emblematico: “Il voto alle donne. Ma sarà davvero una cosa seria?”. E conclude: “Si tenti dunque anche questa, e che Dio ce la mandi buona”. Anche la Chiesa si fa sentire. Non solo la paura del comunismo ma, per una parte della gerarchia, dell’idea stessa di “Stato laico”. Il cardinal Ruffini, arcivescovo di Palermo, tuona dall’altare: “perduta la battaglia riapriremo le catacombe. Vogliamo noi onorare il nostro signore Gesù nelle tenebre delle catacombe, o alla luce del sole?”. Insomma, il clima è incerto, sarà un testa a testa. La vera sorpresa è il colpo di coda del Re. Il 9 maggio, infatti, Vittorio Emanuele III abdica in favore del figlio Umberto I e parte per Alessandria d’Egitto. La mossa è ovvia: si toglie di mezzo l’anziano sovrano, responsabile dell’avvento del fascismo, della dittatura, delle leggi razziali. Al suo posto Umberto II, 42 anni, di bell’aspetto e soprattutto sposato con Maria Josè, che ha fama di antifascista. Si arriva al 2 giugno. La giornata si svolge senza incidenti: i cittadini danno una grande prova di maturità, e non tutti se l’aspettavano.
Vota l’89%, segno della volontà di ripartire e di partecipare. I risultati per la Costituente confermano la novità destinata a caratterizzare il sistema politico: la Dc prende il 35%, il Psi il 20 e il Pci il 19. I partiti di massa, cioè, ottengono i 3/4 di tutti i voti. È chiaro: gli italiani hanno voltato pagina, i loro voti significano la volontà di rompere con il fascismo, ma anche con la tradizione liberale prefascista. Sul piano istituzionale invece il conteggio procede a rilento. Alla fine, non senza alcune polemiche, la Repubblica vince con il 54,3%. Due milioni di voti di scarto: 12 milioni e 700 contro 10 milioni e 700 mila. Non un plebiscito, ma un risultato netto e inequivocabile.
Eppure il Paese è spaccato: la Repubblica vince in tutte le regioni del Nord, mentre dal Lazio in giù prevale la monarchia. Adesso, però, iniziava il difficile: si doveva ricostruire il Paese. Ma, alla guida, l’Italia si trovò una classe dirigente straordinaria. Uomini e donne vissuti sotto il fascismo, in esilio e in carcere: da don Luigi Sturzo e Sandro Pertini fino a Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Luigi Einaudi, Ugo La Malfa, per citarne solo alcuni. Una classe dirigente diversa ideologicamente ma culturalmente formidabile, espressione di uno stile lontanissimo da ogni forma di esibizionismo del potere e che conduceva complessivamente una vita quotidiana assai sobria. E in un decennio, pur tra scontri e battaglie furibonde – che la dialettica politica democratica prevedeva, o forse imponeva – quella classe dirigente ricostruì l’Italia, la portò al boom economico e a un benessere mai vissuto dalle generazioni precedenti.
Ma, soprattutto, riuscì a far capire a tutti gli italiani - compresi gli ex fascisti, che furono subito amnistiati - cosa fosse vivere in una Repubblica e in democrazia. Perché adesso l’Italia era una Repubblica, e la sovranità finalmente apparteneva al popolo.
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