ABBASSO
Luigi Mangione, nuovo idolo delle folle
Può un assassino diventare simbolo della lotta contro i poteri forti?

Pur non essendo in sé un grande film, “John Q.” è ricordato soprattutto per una delle più mirabolanti interpretazioni di Denzel Washington, nei panni di un amorevole papà che, scontrandosi con le deliranti restrizioni delle assicurazioni sanitarie negli Stati Uniti, decide di sequestrare il reparto dell’ospedale nel quale è ricoverato il figlio, destinato a morire per un’insufficienza cardiaca senza un immediato trapianto.
Questa pellicola del 2002 è tornata pesantemente d’attualità in questi giorni, rilanciata all’improvviso nei palinsesti delle tv americane ma pure in Italia, dopo l’assassino di Brian Thompson, Ceo dell’assicurazione sanitaria UnitedHealthcare, compiuto in mezzo alla strada a New York da Luigi Mangione, un giovane di 26 anni che ha deciso di farsi giustizia da sé nella sua lotta contro le grandi compagnie assicurative. Il film di Nick Cassavetes poneva l’accento su un tema da sempre molto caldo negli Usa, ben prima che Barack Obama cercasse di introdurre la sua riforma, poi naufragata, per rendere l’assistenza sanitaria meno vincolata alle assicurazioni private e a carico dello stato. Ma, il tema ancor più anticipatore di “John Q.” era quello della risposta dell’opinione pubblica di fronte a un atto comunque sia criminale: John, visto da tutti come la vittima di un sistema sbagliato, diventa immediatamente un idolo delle folle, esattamente come accade in “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, nel quale Al Pacino era eretto a simbolo dei derelitti tenendo in ostaggio i dipendenti di una banca durante una rapina. Drammaticamente, lo stesso sta accadendo con Luigi Mangione. Lasciamo stare il delirio tipico che circonda questi personaggi e che ha reso virali le sue foto a torso nudo con muscoli da culturista in bella mostra con tanto di svariate proposte social di matrimonio. A colpirci in particolare, è stata nel suo piccolo l’impennata di visualizzazioni, oltre 10 milioni in una settimana, del video “Criminal” di Britney Spears, brano vecchio di 15 anni, nel quale la cantante impersona una ragazza dell’alta società che rapina banche come atto iconoclasta. È solo uno dei tanti segnali di come in questi giorni si stia rimodellando nell’immaginario collettivo la figura di Luigi Mangione, sempre più visto come un John Q. che ha finito per incarnare i sentimenti sempre più diffusi tra milioni di persone che si sentono vittime dei così detti poteri forti e che per questo si sentono autorizzate a reagire con violenza. Diventa quindi semplice spiegare l’emersione di forze politiche che cavalcano un disagio diffuso, senza forse rendersi conto di stare alzando la temperatura di un’autentica pentola a pressione ormai sul punto di esplodere. A volte basta un guaio con la sanità per causare reazioni incontrollabili in menti più fragili come quella di Mangione, ma se un singolo individuo può essere superficialmente considerato una scheggia impazzita, fatti come l’assalto al Parlamento degli Stati Uniti e la rielezione alla presidenza del responsabile di quell’evento dovrebbero far comprendere che la fascinazione che suscita il Mangione di turno è un segnale che non può essere sottovalutato ancora a lungo.
© Riproduzione Riservata