CORRADO D’ELIA
I tormenti del grande Beethoven

A 250 anni dalla nascita, al Teatro Litta Corrado d’Elia narra tra parola e musica il talento e l’umanità di Beethoven.
Fino al 25 ottobre il teatro milanese porta sul palco «Io, Ludwig van Beethoven», uno degli “album” in cui l’attore, regista e drammaturgo, quasi fosse proprio un album di vecchie fotografie da mostrare con garbo e intimità, racconta in scena la grandezza di un genio musicale. «Indagare il genio è difficile - spiega d’Elia -. Beethoven aveva pochi amici, parlava poco, era un personaggio strano, bizzarro, si narra di queste docce ghiacciate che si faceva sulla testa per il fastidio dell’acufene. Bizzarro, appunto, ma che ha scritto musiche che sono nel nostro Dna. In questo “album” prendo per mano lo spettatore cercando di spiegare alcuni passaggi della musica di Beethoven, ma anche la sua vita che è emozionante, a partire dalla sua sordità. Una vita che l’ha visto quasi rinchiuso, per questo, in una teca di vetro, con un padre severo e una grande sofferenza che ha generato non solo arte, ma, appunto, il genio. Abbiamo la fortuna di avere alcuni suoi manoscritti, da cui ho attinto anche se solo in parte, perché in scena è un racconto originale».
Tra vita, musica e contesto storico, ecco che lo spettacolo racconta emozioni e indaga segreti. «Ciò che voglio raccontare – prosegue d’Elia – è la bellezza e la purezza del genio. E farlo a teatro, con gli strumenti che ho. Provo anche a spiegare le sue sinfonie, cercando di far comprendere che cosa succede nei dieci anni tra l’Ottava e la composizione della Nona».
La Nona Sinfonia, quei quattro movimenti conosciuti e amati. E tutto ciò che cambiò nel mondo che circondava il compositore negli anni in cui attese di comporla. Ma anche che cosa accadde dentro di lui, e come si preparò alla serata della prima rappresentazione a Vienna il 7 maggio 1824. A pensarci bene, Beethoven ha oggi ancora molto da dire, ha molta vicinanza con la contemporaneità, basti solo ricordare come molte sigle anche televisive siano tratte da suoi passaggi musicali. «In effetti - sottolinea d’Elia - possiamo vederlo come una icona pop, fa parte della nostra vita. E per raccontarlo io come autore e attore uso oggi strumenti che sono quelli che risalgono ai tempi dei nostri nonni in piazza: torniamo ad ascoltare storie ed emozioni. Nell’epoca dei tweet, dei social, dei video, dell’immagine, credo che tornare ad ascoltare la grande musica e le parole ci riporti a noi stessi». Mettendo al centro le parole.
Come appunto fa d’Elia, artista a cui nel 2007 è stato assegnato il premio Franco Enriquez per il Teatro, che nel 2009 ha vinto il prestigioso premio internazionale Luigi Pirandello e nel 2010 ha ricevuto quello della Critica Italiana come una delle figure più complete dell’attuale panorama teatrale italiano. I suoi “album” sono racconti di passioni, percorsi poetici suggestivi e intensi che sanno coinvolgere ed emozionare il pubblico rendendolo partecipe.
«Torniamo a teatro a Milano in un momento particolare - aggiunge ancora l’attore - e il messaggio degli artisti è quello di essere pronti a riprendere il rito dell’antico racconto. Con Beethoven desidero emozionare e passare una passione perché il pubblico torni a casa ad ascoltare la sua musica. Fermiamoci ad ascoltare parole e musica. E ascoltiamo noi stessi». Per indagare la vita di un genio e assaporarne la bellezza, la grandezza, ma anche in contrasti e le durezze. Oltre alla sua musica immortale.
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