LINGUAGGIO ITALIANO
L’arte secondo Chiara Dynis

Mantovana, vive e lavora a Milano. Chiara Dynis si è avvicinata all’arte autonomamente e alla fine degli anni Ottanta è iniziato il suo percorso di vivace protagonista del mondo artistico italiano che con il passaggio dalla tela alla tridimensionalità si è aperto internazionalmente: Italia, Francia, New York.
Quando ha cominciato a sentirsi artista?
«A 10 anni: con vari materiali sperimentavo tecniche miste su quaderni di carta. Sognavo di essere un’artista già allora, anche se lo sarei diventata solamente più tardi».
Quale fra i numerosi medium artistici che impiega sempre in maniera così eclettica le è più congeniale?
«Mi sono congeniali quei materiali che di volta in volta sono in grado di esprimere l’idea che ho in mente. Ogni progetto necessita del proprio linguaggio e, quindi, della forma artistica più adatta per esso».
I suoi lavori sono spesso opulenti, nei colori e nella forma, anche se nella loro base geometrica e nella tendenza alla ripetizione s’intuiscono ascendenze minimaliste e concettuali. Che influenze hanno avuto sul suo lavoro queste poetiche?
«Sono ascendenze molto trasversali. Non tengo alle geometrie delle forme: sono geometrie irregolari, è difficile individuarne un centro. Tendo invece alla perfetta esecuzione che rispecchia le mie intenzioni concettuali: nelle mie opere c’è la variazione, la storia».
Condivide con altri le idee per le opere o è una solitaria della creazione artistica?
«Sono un’artista solitaria, come d’altronde la maggior parte degli artisti della mia generazione che non hanno voluto iscriversi all’interno di un determinato movimento, ma che si sono espressi individualmente, attraverso un proprio linguaggio».
La luce nei suoi lavori è un elemento chiave: cosa cerca di trarne?
«È l’elemento originario, anche quando si tratta di un soggetto dal tema sociale o fabulistico. È una luce che “indaga”; in stretta relazione con lo spazio, e invita lo spettatore ad attraversare quello spazio».
Quale rapporto ha con critici e curatori che affiancano il lavoro artistico in un rapporto talvolta difficile ma sempre ricco di scambi?
«Critico o curatore, quello che mi sta a cuore è che chi cura le mie mostre sia un compagno di viaggio e che mi conosca fino in fondo (come Giorgio Verzotti)».
Segue direttamente l’allestimento delle mostre?
«Certo. È una parte integrante del mio lavoro; infatti concepisco molti lavori come site specific».
L’attuale situazione emergenziale avrà conseguenze sul lavoro degli artisti?
«Ritengo che nel breve periodo avrà delle conseguenze a livello economico, ma credo che nel lungo periodo ci insegnerà molto: il sistema dell’arte italiano ha spesso confuso esterofilia e internazionalità. Essere internazionali significa anche saper esportare il nostro linguaggio. Spero che questo incubo abbia contribuito ad insegnarcelo».
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