SUL GRANDE SCHERMO
Miyazaki e i ragazzi di oggi
Il film del genio giapponese è una lezione anche per gli adulti

Il regalo più bello di queste feste è stato scoprire che il film che ha sbancato i botteghini è “Il ragazzo e l’airone”. La sorpresa non sta nel fatto che si tratti di animazione visto che questo genere da sempre riempie i cinema, specie in questo periodo. Inedito è che, semmai, non si tratta di una pellicola targata Disney, bensì di un’opera giapponese come è quella del grande Hayao Miyazaki.
Essendo cresciuto con i cartoni animati realizzati da questo autentico genio, da “Heidi” a “Lupin” ma soprattutto “Conan”, non potevo perdermi questo appuntamento e mi sono fiondato al cinema, uscendo dalla sala in uno stato di estasi per l’ennesimo capolavoro del maestro, ma anche con un pizzico di inquietudine. Il film, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, racconta le avventure di un ragazzo di Tokyo che, a un anno dalla morte della madre, si trasferisce fuori città nella grande tenuta della zia, nuova compagna del padre, direttore di una fabbrica di aeroplani. Lì verrà avvicinato da un airone cenerino che lo attirerà in un’altra dimensione per affrontare un viaggio affascinante e spaventoso che farà comprendere al ragazzo come accettare il presente e provare a vivere il futuro.
La premessa è che all’ingresso in sala ho incontrato una coppia di amici che accompagnavano le due figliolette di poco meno di 10 anni. Durante la visione ammetto di essermi preoccupato per loro, pensando a come avrebbero potuto vivere certe tematiche. Non tanto l’iniziale morte della madre, pur rappresentata in modo sconvolgente: del resto tutti siamo sopravvissuti a “Bambi…, quanto più che altro perché si tratta di un film complesso, tortuoso, persino dispersivo. In una parola, disturbante per scenari e filosofia, grazie a un’estetica spiazzante che spazia dal tratto classico del manga per arrivare a sfiorare la metafisica di De Chirico.
Una sorta di Alice nel Paese delle Meraviglie come lo avrebbe girato David Lynch. E invece, finito il film, le due bimbe erano entusiaste, per nulla spaventate o confuse, anzi affascinate da un’opera sulla carta molto più matura di loro o di quanto possano essere i rassicuranti prodotti Disney-Pixar che sanno ben mascherare i temi adulti dietro la patina del divertissement per bambini. Così, mi è tornato alla mente l’articolo nel quale una giornalista di un noto quotidiano nazionale raccontava l’esperienza dei suoi bimbi che, abituati ai cinecomic, al contrario delle figlie dei miei amici, si sono annoiati a morte.
«Non ci sono esplosioni, non muore nessuno» sono state le, per me, scioccanti parole dei due pargoli che ho banalmente giudicato come anestetizzati dal fracasso dei kolossal hollywoodiani. Ma poi, dopo il confronto con le due loro coetanee, sono arrivato alla conclusione che forse queste due reazioni che paiono opposte, sono in realtà le due facce della stessa medaglia. Ho pensato che, sì, io da bambino probabilmente sarei stato sconvolto da “Il ragazzo e l’airone”, ma ora anche i più piccoli sono diversi, più preparati alla paura e quindi, in taluni casi fortunati, anche a elaborare, o quantomeno assorbire, tematiche dalle quali chi è della mia generazione è stato forse troppo protetto. E così, 40 anni dopo, ci ritroviamo a ringraziare ancora una volta Miyazaki, capace come nessuno, anche a 83 anni, di leggere la contemporaneità dei giovani e insegnarla, perché no, pure agli adulti.
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