DA SAPERE
Chi sono le donne degli artisti

Chi sono le donne che ci guardano dai quadri? Hanno un nome? Qual è la loro storia? Volti entrati nell’immaginario collettivo eppure per lo più sconosciuti. Mogli, figlie, amanti, madri o sorelle, protagoniste dimenticate delle opere d’arte. Donne scomparse all’ombra della notorietà di pittori o scultori. Delle storie di amore e complicità ma anche di violenza e di negazione di queste muse nascoste si è occupata Lauretta Colonnelli (Le muse nascoste, Giunti, pagg. 240 euro 29), che ha ridato loro voce e dignità attraverso documenti storici, cronache, lettere e diari, cercando di ascoltarle, scrutando nei dipinti il loro sguardo, l’atteggiamento, i vestiti.
Tra le più celebri è Simonetta Cattaneo, musa di Botticelli. La più bella di Firenze, viso eburneo dai lineamenti perfetti, moglie di Marco Vespucci, rampollo di una famiglia di notai e banchieri e cugino dell’esploratore che avrebbe dato il nome all’America. Per lei bruciava d’amore Giuliano de’ Medici che, nel 1475, in occasione di una giostra, si presentò con uno stendardo dipinto da Botticelli. Raffigurava Pallade e il centauro, e tutti in città capirono che il volto di Pallade era quello di Simonetta.
Morta giovanissima di malattia (sorte che toccò poi a Giuliano, pugnalato durante la congiura de’ Pazzi), il suo ricordo fu eternato da Botticelli, nella Nascita di Venere, nella Primavera, nella scena di Venere e Marte (che ha il volto di Giuliano), ma anche in immagini sacre, come la Madonna del Magnificat e la Madonna della melagrana.
Se Simonetta tra le muse è la più famosa, altre sono rimaste nell’ombra. Come Lucia, nana di corte ritratta da Mantegna nella Camera degli Sposi, al centro del corteo di Barbarina Gonzaga in partenza per la Germania. Il suo nome, dimenticato nel tempo, è stato riscoperto tre anni fa in un documento d’archivio. Corpo da bambina e viso anziano, Lucia «nel castello sulle rive del Mincio, continua a guardare il mondo dall’alto».
Dalle pagine del libro affiorano ritratti di donne sopraffatte da uomini troppo ingombranti. Come Hortense, la “moglie mela”, costretta a posare immobile per ore davanti al cavalletto di Cézanne. «Devi essere una mela», le intimava. Dopo ventinove ritratti (e una cinquantina di disegni), esausta, lo lasciò solo in Provenza con l’unico suo amore, la pittura.
Lo stesso accadde a Josephine Verstille Nivison, pittrice promettente che si annullò per Edward Hopper di cui fu moglie, modella e vestale. E a Gabriele Münter, fondatrice insieme al marito Vasilij Kandinskij e a Franz Marc del Cavaliere Azzurro ma desinata a sentirsi «soltanto un’appendice di Kandinskij».
Alcune furono amanti inaffidabili, come Costanza Piccolomini, che tradì l’amore di Gian Lorenzo Bernini con il fratello. Accecato dalla gelosia, Bernini usò il suo volto per il busto di Medusa, la gorgone mostruosa con i capelli di serpenti. Alma Maria Schindler sedusse e poi abbandonò Oskar Kokoschka, dopo la morte del marito Gustav Mahler e prima del matrimonio con l’architetto Walter Gropius. Il genio della secessione viennese ne rimase ossessionato, fino a costruirsi un fantoccio con le sue sembianze che portava sempre con sé. Con La sposa del vento le diede l’ultimo disperato addio.
Tragiche sono le storie dimenticate di ragazze a cui fu rubata l’infanzia, come Sophie Gray vittima dell’attrazione di Millais, capofila dei preraffaelliti. O come la giovanissima monaca agostiniana Lucrezia Buti, sedotta e abbandonata da Filippo Lippi. Il pittore e frate carmelitano se ne innamorò, la rapì, salvo poi rifiutarsi di sposarla. Come per le altre donne, a lui il merito di averla resa eterna ritraendola in veste di Salomè che danza flessuosa nella cappella maggiore del duomo di Prato.
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