DA CONOSCERE
Natale tra miti e leggende
Ecco come sono nate alcune tradizioni, usanze e storie legate alla magica festività

Il 22 dicembre, ore 4.27. La magia abbia inizio. Nella notte che sta per venire, il Solstizio d’inverno aprirà ufficialmente le danze alle celebrazioni natalizie. Un filo dorato di luce, quella che impercettibilmente allungherà le giornate anche solo di pochi minuti, unisce questa data a quella del 25 dicembre.
La festività del Natale infatti corrisponde a Yule, la festa celtica precristiana del solstizio, un momento di passaggio in cui la luce ha il sopravvento sulle tenebre, la vita sulla morte, il vecchio lascia spazio al nuovo e la natura inizia piano piano il suo risveglio. L’imperatore Aureliano scelse la data del 25 dicembre per celebrare il Natalis Solis invictis, il Natale del sole invitto. La Chiesa volle probabilmente far coincidere il Natale cristiano con questa data come stabilito da Costantino nel 330 d.C. e ufficializzato da Papa Giulio I nel 337 d.C.
Il giorno del 25 dicembre è stato assunto come momento di nascita di molte antiche divinità per il suo valore simbolico connesso al moto solare che, in coincidenza con il solstizio, inizia un nuovo ciclo. Quando si iniziò a festeggiare il Natale, molte tradizioni e usanze pagane, anziché essere abbandonate, vennero integrate nei nuovi riti. Fin dall’antichità, ad esempio, questo periodo dell’anno è stato celebrato con grandi fuochi ad illuminare la notte, candele e falò attorno a cui festeggiare e incoraggiare l’avvento della luce e il sole novello nella sua ascesa. Luci che ancora oggi sono uno dei principali simboli dei giorni di festa come l’albero di Natale, il pino e altri sempreverdi che per le antiche popolazioni indicavano la vita che continua e la speranza del ritorno della primavera.
Una leggenda racconta che nell’Ottavo secolo in Germania, un missionario di nome Bonifacio raccolse a sé alcune persone battezzate da poco perché queste rinunciassero al paganesimo. Per suggellare questa promessa avrebbero dovuto abbattere una vecchia quercia che veniva usata per riti sacrificali. Quando l’albero cadde si divise in quattro e al suo centro spuntò un pino. Il missionario propose di piantarlo e di erigerlo a simbolo della ritrovata fede poiché la sua cima puntava verso il cielo e il suo fogliame sempreverde ricordava la vita eterna.
L’usanza di baciarsi nelle sere di festa sotto un ramo di vischio ha anch’essa origini pagane. Secondo la leggenda, gli dei usarono il vischio per resuscitare dalla morte Baldur, il figlio di Odino. Frigg, dea dell’amore e madre di Baldur, in segno di gratitudine, promise di baciare chiunque passasse sotto quella pianta sulla quale cresceva il vischio e che le aveva restituito l’amato figliolo. La mitologia celtica venerava gli spiriti della natura, esserini magici che presiedevano ai quattro elementi dell’aria, dell’acqua, della terra e del fuoco.
Ad uno di essi è legata la leggenda natalizia di Hulda, uno spirito dell’acqua dai lunghi capelli biondi e dalle vesti candide come la neve. Si racconta che il giorno di Natale, un pescatore volle portare a Hulda un dolce ma non riuscì a donarglielo poiché lo spirito era intrappolato nel lago coperto da una spessa lastra di ghiaccio. Cercò allora di rompere con il suo piccone lo strato gelato ma ottenne solo un piccolo foro da cui uscì la minuscola mano dello spiritello che riuscì ad afferrare il dono. A quel punto il dolce si rimpicciolì a tal punto da riuscire a passare nel buco. In Norvegia, ancora oggi nei giorni di Natale, è consuetudine portare allo spirito dell’acqua dei dolcetti piccolissimi in modo che possano passare senza fatica nelle sottili crepe sulle superfici dei laghi ghiacciati.
© Riproduzione Riservata