L’EX EURODEPUTATA
«Nessuna prova di accordo corruttivo»
Le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano ha assolto in larga parte Lara Comi riducendo la pena (sospesa) ad un anno
«Gli elementi probatori esaminati, depurati dal contenuto delle chat e delle comunicazioni inutilizzabili, non consentono, in conclusione, di affermare al di là di ogni ragionevole dubbio che a monte del conferimento dell’incarico vi fosse un accordo corruttivo». Lo scrive la Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso gennaio, ha assolto l’ex europarlamentare di Forza Italia, Lara Comi, di Saronno, dall’accusa di corruzione e anche da uno dei due episodi di presunta truffa riducendo la pena, sospesa, ad un anno.
I giudici di secondo grado (collegio Bernazzani-Siclari-Rinaldi), che hanno assottigliato di molto la pena di 4 anni e 2 mesi inflitta in primo grado all’ex eurodeputata, difesa dall’avvocato Antonio Bana e dal professor Gianluca Varraso, hanno in sostanza registrato «l'assenza di prova di retrocessioni» di denaro e del fatto che Comi «abbia mai aderito alle richieste» di Nino Caianiello, l’allora coordinatore azzurro di Varese, e «si sia mai attivata nei confronti» dell’avvocatessa civilista Maria Teresa Bergamaschi, pure lei assolta assieme all’allora direttore generale di Afol, Giuseppe Zingales in uno dei tanti filoni del caso cosiddetto "mensa dei poveri".
Insomma, per i giudici di secondo grado, che hanno dichiarato inutilizzabili le chat agli atti del processo, il «fatto è insussistente» ed è impossibile configurare «lo schema della corruzione».
Secondo l’ipotesi della Procura, ora cancellata col verdetto d’appello, ci sarebbe stato un accordo triangolare con Zingale e Caianiello per fare in modo che Afol affidasse a Bergamaschi consulenze in cambio di una presunta retrocessione, poi, del compenso allo stesso Caianiello per i costi del partito. Con il verdetto del 15 gennaio la Corte aveva passato un colpo di spugna definitivo su un caso giudiziario che sette anni fa aveva portato a una raffica di arresti, ipotizzando un sistema di presunte tangenti e nomine pilotate nella politica lombarda. Sistema, quattro anni dopo, già ridimensionato con una prima scrematura: il Tribunale su 62 persone finite alla sbarra ne aveva condannate 11. In appello il collegio della seconda penale, presieduto da Paolo Bernazzani, oltre a non accogliere i ricorsi presentati dai pm contro alcune assoluzioni, ha ritoccato di parecchio la pena inflitta all’ex esponente politica di Fi: da 4 anni e 2 mesi a un anno, con la sospensione della pena.
I giudici, che per Lara Comi da un lato hanno riconosciuto l’attenuante del risarcimento equivalente all’aggravante e dall’altro l’hanno assolta dalla corruzione - come ha chiesto la stessa Procura generale per una questione procedurale sorta in seguito all’acquisizione di chat all’epoca dell’inchiesta - e da una delle truffe ai danni della Ue, hanno deciso di scagionare, tra gli altri, il giornalista e ai tempi suo portavoce, Andrea Aliverti.
Sono stati assolti pure l’ex consigliere comunale di Busto Arsizio ed ex segretario provinciale di Forza Italia, Carmine Gorrasi, e l’ex parlamentare, sempre in quota FI, Diego Sozzani.
Inoltre, confermate le assoluzioni già disposte nel 2023, come quelle dell’ex consigliere comunale milanese ed ex vice coordinatore regionale azzurro, Pietro Tatarella, del patron della catena dei supermercati Tigros, Paolo Orrigoni, e di Mauro De Cillis, ex responsabile operativo di Amsa, l’azienda milanese dei servizi ambientali.
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