LE OPINIONI
Niente caccia allo stambecco. Fuori dalla lista
Il simbolo delle Alpi escluso dall’elenco ”nel mirino”
Il destino dello stambecco delle Alpi si è consumato nello spazio di pochissimi giorni, sospeso tra il brivido di un clamoroso ritorno al passato e un improvviso sospiro di sollievo. Il maestoso ungulato, simbolo incontaminato delle Alpi, della fauna protetta e dell’impegno dell’uomo per difendere l’ambiente, era finito nel mirino della politica.
Un emendamento al Decreto Agricoltura ne prevedeva infatti l'inserimento nell'elenco delle specie cacciabili in Italia. E quelle due parole – Capra ibex, questo il nome scientifico – non sono passate inosservate. La decisione ha immediatamente sollevato un polverone di polemiche, mobilitando associazioni ambientaliste, scienziati e semplici amanti della natura, per poi spegnersi con la stessa rapidità con cui era nata: la norma è stata infatti stralciata.
Lo stambecco aveva rischiato l'estinzione totale nel XIX secolo, salvandosi solo grazie all’intervento dei Savoia e alla successiva istituzione del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Oggi le popolazioni sono stabili, ma restano molto fragili a causa della scarsa variabilità genetica e delle sfide imposte dal cambiamento climatico. Riaprire il prelievo venatorio, anche se nell’ambito di "caccia di selezione" o gestione controllata, affidata però alle associazioni venatorie e non a forestali e guardiaparco, è sembrato a molti un azzardo ecologico e un ossimoro culturale. La pezza messa a posteriori dalla politica – che ha fatto marcia indietro ritoccando il testo – ha evitato un danno d’immagine enorme e un potenziale pasticcio normativo, dato che lo stambecco è rigorosamente tutelato anche a livello europeo dalla Direttiva Habitat. Resta però l'amaro in bocca per la facilità con cui certe tutele storiche possano essere messe in discussione dall'oggi al domani. L'episodio dello stambecco "salvo in extremis" è il sintomo del continuo braccio di ferro tra mondo ambientalista e mondo venatorio. Per questa volta, il re delle vette ha mantenuto la sua corona (e le sue corna), ma il caso dimostra quanto la vigilanza debba rimanere altissima.
Non si tratta affatto di demonizzare la caccia, diventando tutti degli “ecotalebani” che dicono no a prescindere, bensì di trovare la giusta misura per tutelare un patrimonio faunistico sempre più delicato. Di certo la montagna, e i suoi simboli, non possono diventare terreno di scontro o bandiere elettorali da sventolare per ottenere facile consenso politico, da una parte o dall’altra.
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