FEMMINICIDIO
Non chiamatela educazione sentimentale
L’ipocrisia di voler affrontare un problema senza nominarlo. La proposta dei ministri Valditara, Roccella e Sangiuliano

A due settimane dal ritrovamento del corpo della povera Giulia Cecchettin, le dimostrazioni di vicinanza continuano in tutta Italia. Giusto l'altro giorno, a Gavirate, alla Varese School Cup di basket, è stato osservato un toccante minuto di silenzio che ha coinvolto oltre 500 persone, in gran parte ragazzi, fra atleti e tifosi.
Era rivolto proprio a loro quel momento di raccoglimento? O a chi ha il compito di educarli? Non è una questione di lana caprina come potrebbe sembrare. Facile affermare che questa tragedia deve dare una lezione a tutti, si rimesta nel solito calderone e poi si torna al silenzio fino al prossimo omicidio. Solo quello che stuzzica i media però. Perché forse tanti non se ne sono accorti, ma dal giorno dell'omicidio di Giulia, sono state almeno quattro le donne assassinate dai propri compagni, o presunti tali.
Nel silenzio generale, perché si è preferito andare a fare i guardoni negli audiomessaggi della ragazza o speculare se fosse giusto o meno che il suo assassino piangesse dopo l'arresto. Ma poi per fortuna è arrivato il ministro, anzi, ben tre ministri, con la proposta del secolo: l'educazione sentimentale. L'idea di Valditara, Roccella e Sangiuliano che si occupano di scuola, famiglia e cultura, è quella di un'oretta settimanale per qualche mese, incontri con influencer, il tutto inizialmente su base volontaria, per educare alle relazioni i nostri figli.
Tutto bellissimo ma la domanda è: questo tipo di percorso umano non è il compito primario della scuola stessa in generale? Far comprendere, attraverso l'istruzione, la cultura, la maturazione anno per anno, come vivere in modo civile nel mondo insieme agli altri? Oppure abbiamo stabilito una volta per tutte che la scuola è esclusivamente una fabbrica di potenziali, molto potenziali, lavoratori da mandare al macello?
Già il nome della direttiva ministeriale, “Educazione alle relazioni”, è di per sé il trionfo del vorrei ma non posso. Ai tempi miei, come si dice, si parlava di educazione sessuale ma ora non si può più perché siamo nell'epoca nella quale sui social, ma ormai anche sulle testate giornalistiche online, le parole “scomode” si scrivono tappezzate di asterischi.
Sesso è diventato s***o per non scandalizzare l'algoritmo di Facebook. E così si annacqua il problema parlando genericamente di relazioni, sentimenti, quando il tema vero, non giriamoci intorno, è proprio il sesso. Il maschilismo, machismo, mascolinità tossica o come la si vuole chiamare poggia le proprie basi sulla assurda convinzione che il fatto che nell'atto sessuale l'uomo entra fisicamente nel corpo della donna, significhi che essa diventa di suo possesso. E gli effetti di questo atavico retaggio possono essere devastanti per i giovani in una società come quella attuale basata sempre più sulla competitività.
Basti pensare alle conseguenze che può avere su un ragazzo il bombardamento di eventi sportivi degli ultimi anni, un'esasperazione della corsa alla vittoria senza precedenti. In questo contesto, il senso di sconfitta dovuto alla perdita, all'abbandono può diventare insostenibile e, in menti più fragili, anche il movente per la violenza. Ma finché si persevererà nell'ipocrisia di voler smascherare un tabù senza avere il coraggio neppure di nominarlo con chi ormai di sesso ne sa più di noi, come si può pensare di arrivare al cuore del problema?
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