INCLUSIVITÀ
Schwa, il linguaggio del politically correct

Schwa sì, schwa no, schwa non lo so. E di pari passo: asterisco sì, asterisco no, asterisco non lo so.
Se schwa e asterisco sono in fondo a un termine per evitare che questo sia riferito solamente al genere maschile o femminile. Il dibattito è aperto e tocca un aspetto del linguaggio inclusivo, suscitando come sempre una moltitudine di pareri. E anche se sembra diventata di strettissima attualità solo ora, la proposta di soluzione con lo schwa o l’asterisco alla fine di una parola “gira” da oltre un decennio.
«Il linguaggio inclusivo- spiega Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, traduttrice, per anni collaboratrice nella redazione della consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca, docente universitaria e autrice di articoli e saggi- è la realizzazione linguistica di un’idea, un ideale, un pensiero che è quello dell’inclusività che significa, da definizione da vocabolario, capacità di includere, accogliere, non discriminare. La nostra è stata ed è ancora una società in fondo fortemente normocentrica, ha un’idea di chi è «normale» e chi «diverso» e oggi chi è «diverso» per uno o più fattori ha subito discriminazioni o disagi più o meno accentuati».
«Diversità» che possono riguardare il genere, l’orientamento sessuale, il colore della pelle, la religione, la disabilità, il corpo. «Il linguaggio inclusivo -prosegue Vera Gheno- va nella direzione di tenere conto in maniera nuova di tutto questo, cercando di aiutare la società a transizionare verso una realtà in cui le «diversità» sono risorsa e non danno origine a discriminazione di sorta. E anche se il discorso linguistico sembra tangenziale, il primo livello di discriminazione, quello più immediato che vizia il nostro modo anche di vedere la realtà è proprio quello linguistico.
E in questo piano linguistico si inserisce il tanto discusso segno dello schwa. «Secondo me- è il parere di Vera Gheno- bisogna innanzitutto assumere e conservare una visione internazionale, avere sempre un occhio su quello che succede in altre lingue e in altre culture, altrimenti diventa una specie di riflessione stantia sulla nostra piccola realtà italiana e sembra che certi ragionamenti siano fatti solo in Italia, mentre se si osservano anche lingue attorno a noi si scopre facilmente che ovunque ci sia una società sufficientemente matura, non transfobica od omofoba, da dare spazio alle questioni di genere si stanno facendo ragionamenti in tal senso. Tra l’altro le comunità LGBTQ+, transfemminista, transgender già da tempo usano soluzioni varie più o meno fuori dalla norma tradizionale».
E dunque lo spagnolo, ma anche il portoghese, usa il plurale in -e, todes, anziché todos e todas, il dizionario francese Petit Robert ha introdotto da poco il pronome neutro iel, e quello inglese il singular they, mentre il pronome neutro svedese hen circola da anni.
«C’è un fermento -prosegue Vera Gheno- che inizia a sentire come riduttiva e non corrispondente alla realtà la suddivisione del genere umano in due sessi biologici, maschile e femminile, la questione dell’identità di genere che non coincide con il sesso biologico e nulla ha a che vedere con l’orientamento sessuale. Dunque tre coordinate: come nasco biologicamente, come mi sento e chi mi piace. In tutte le lingue si sta assistendo a tentativi simili che sono, appunto, tentativi, soluzioni fatte in casa in contesti in cui l’incontro con le persone transgender in senso lato, non solo in transizione, ma anche fluide, queer, gender queer, non binarie, è più comune.
Nelle comunità LGBTQ+ e transfemministe, per esempio, questa è una questione su cui si dibatte da più di un decennio. Credo che si debba guardare a questi tentativi, schwa compreso, per quello che sono: segnali dell’esistenza di un’istanza che non ha precedenti nel genere umano, in quanto prima mai si messa in dubbio la binarietà del genere umano. L’idea dell’identità di genere stessa è molto nuova e anche guardare al passato non ci aiuta un granché. Io guardo con benevolenza a questi tentativi perché credo che in una società come la nostra che, come ci ricorda Tullio De Mauro, è basata sul logos, sulla capacitò della parola, sia molto importante per ciascuno di noi, per ogni persona della nostra società, essere rappresentato anche linguisticamente.
E trovo sacrosanto che ci sia per tutti la ricerca di una comodità di abitare una lingua che qualcuno, magari, in questo momento non ha».
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