LA MOSTRA
Le luci si trasformano in arte
Lo show di colore diventa uno spettacolo

Una nuova “experience” alla Fabbrica del Vapore a Milano. Dopo altre mostre con format non tradizionali che si sono succedute negli anni (ad esempio, Van Gogh Alive. The Experience nel 2014 o Inside Magritte. E-motion exhibition nel 2018 ) è il turno di Aura. The immersive light experience, fino al 9 gennaio, un’esperienza totalmente immersiva (fatta di luci, colori e suoni) dove non solo, appunto, colore e luce diventano protagonisti assoluti, ma lo diventano anche gli spettatori con i loro corpi. Grazie ad un innovativo sistema di motion tracking, infatti, questi ultimi interagiscono con le proiezioni modificando direttamente il contenuto e lo spazio circostante. Lo spettatore diviene così “attore di un magico spettacolo creativo in cui l’aura del singolo interagisce con quella di chi gli è vicino, catalizzando campi energetici nuovi, emettendo nuove luminosità. Rendendo percettibile a tutti il concetto orientale dell’aura che circonda tutti i corpi grazie a sofisticatissime tecnologie, che sono innanzitutto originali atti creativi”. I visitatori, dunque, nell’ampio spazio della Fabbrica vengono invitati a partecipare ad uno spettacolo, costruito di musiche e colori, suddiviso in due atti. Il primo è, a sua volta, “diviso in cinque loop” in cui il visitatore è immerso in suggestivi momenti: una pioggia di stelle o “la crescita di elementi naturali, in cui la presenza e i movimenti delle persone interagiranno direttamente”. Il secondo atto si concentra, invece, sull’idea di aura personale: l’interazione tra le componenti dello spettacolo aumenta per indurre la sensazione di vedere il mondo riflesso in ognuno di noi.
Il concetto è quello di immergere i partecipanti in un’opera d’arte digitale che, tramite l’impiego di videoproiettori ad altissima definizione e luminosità, luci laser e un sistema che coinvolge l’astante a 360°, modifica l’ambiente, “rendendolo vivo”. Concludendo, accanto, e oltre, alla innegabile e fascinosa spettacolarità di queste experience, aspetto interessante è assistere all’evoluzione di questo tipo di lavori volti ad esplorare la dimensione dell’interattività di cui furono pionieri gli artisti italiani di Studio Azzurro (ad esempio con Dove va tutta ‘sta gente, 2000).
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