I FINALISTI
Veronica Raimo: «Scrivo per raccontare la vita. Che è un’avventura assurda»
Il lizza per il Premio Chiara con “La vita è breve, eccetera”: «Inutile cercare un significato nell’esistenza: va solo accettata»

Il suo libro precedente ha vinto, due anni fa, lo Strega Giovani e il Viareggio. Niente di vero fa il paio già dal titolo con La vita è breve, eccetera finalista al Premio Chiara 2024, nel senso che entrambi avvertono il lettore prima ancora che ne cominci la lettura a leggere: lascia ogni speranza, tu che leggi. Che in buona sostanza si potrebbe sintetizzare in «nulla è vero, non perdere tempo tra filosofia e religione».
Veronica Raimo, che cos’è la vita?
«Un’avventura assurda. E proprio perché la vita è assurda c’è un solo modo per evitare di farla finita: accettarla per quello che è senza pretendere di trovarci un senso, un significato logico. Questo è quello che si prova leggendo gli undici racconti tragicomici, quasi surreali, di questa nuova fatica letteraria, che ha come protagoniste altrettante donne alle prese con esistenze senza domani, benché la lettura conosca anche momenti tra ironia e sarcasmo».
C’è una battuta indicativa che dice un personaggio proprio del racconto che dà titolo al libro: «Sei una ragazza agitata e triste». Si può dire che i due aggettivi facciano da comune denominatore a tutte le sue donne?
«Agitate sì perché inquiete a prescindere dall’età e dalla fase dell’esistenza. Tristi non so, non direi, ma di sicuro non si sentono mai al posto giusto. Sono donne disincantate rispetto a una idea codificata di felicità. E poi cos’è la felicità? Difficile darne una definizione in cui possiamo trovarci tutti. Diciamo che al massimo possono essere più contente che felici. Forse desiderano la felicità ma non ci arrivano, non ci possono arrivare perché la felicità non esiste. Desiderano, piuttosto e il desiderio è di per sé una forma di contentezza, un modo per provare a essere contenti. Aggiungo che l’utopia della felicità è già interessante. C’è un libro che amo molto, Il mito di Sisifo di Albert Camus, autore a me caro, che lo racconta bene nell’immagine dell’uomo che scala la montagna e, quando sta per arrivare in cima, la roccia frana ed egli ritorna al punto di partenza. La vita è questa, ricominciare ogni volta, pur sapendo che la meta è irraggiungibile».
Donne diverse per indole e progetti di vita: si va dalla scrittrice in crisi di idee, alla ballerina che s’infatua del suo maestro di danza, entrambe però legate assieme dal sesso in tutte le sue dimensioni. Potremmo dire dall’ossessione del sesso, che sembrano vivere quasi si trovassero imprigionate dentro una gabbia. Vero o falso?
«Ma no, ossessione proprio non direi. Mi sembra esagerato anche se si tratta di un elemento costante. Le mie protagoniste lo vivono al pari di tante donne di ogni giorno nella quotidianità. È una condizione della vita di tutti, più o meno. Il sesso non è una gabbia, semmai un elemento con cui tutti, forse più le donne degli uomini, facciamo i conti».
«Nessuna schiavitù è più turpe di quella volontaria». Questa è è una frase tratta dalla Lettera a Lucilio di Seneca da lei citata nel racconto La commissione. La condivide?
«Non le so rispondere. Io la vedo più come una provocazione, perché Seneca ribalta il concetto che generalmente abbiamo di schiavitù, per la quale accanto a colui che la subisce ci deve essere chi la compie. Però fa riflettere e in questo senso mi piace andare a pescare nelle frasi retoriche, giusto perché capaci di provocare una riflessione, una presa di posizione».
Varese e Piero Chiara. Difficile pensare a un mondo e a una scrittura più lontani dai suoi...
«Ammetto infatti di conoscere poco Chiara e ancor meno Varese. Ci sono stata una volta ma di passaggio. Sarà l’occasione per apprezzare la città e riprendere in mano Piero Chiara».
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