PASSATO E PRESENTE
Rosa e Molly nel mondo della “cancel culture”
La grande storia della lotta contro il razzismo si incrocia con l’ultimo film di Scorsese

Il 24 aprile del 2005, a 92 anni, moriva Rosa Parks. Il suo nome ormai si è perso nell’oceano di ignoranza che pervade questa sventurata epoca, ma è forse uno dei più importanti del secondo ’900.
Rosa era una giovane sarta che nel 1955 si rifiutò di cedere il proprio posto sull’autobus che la riportava a casa dal lavoro. Il motivo per il quale fu arrestata dopo questo atto, è che il suo rifiuto fu rivolto nei confronti di un uomo bianco. Le leggi dello stato dell’Alabama, nel profondo sud degli Stati Uniti dove la segregazione razziale era la norma, imponevano che i neri si sedessero in una zona apposita che li tenesse separati dai bianchi e quella piccola signora decise una buona volta di opporsi a questa mostruosità.
«Dissero che non mi alzai perché ero stanca, ma in realtà non mi alzai perché ero stanca di cedere» affermò la Parks, il cui gesto fu la scintilla per sensibilizzare il mondo sul tema del razzismo negli Stati Uniti. Una battaglia ancora non vinta, purtroppo, e forse ora affrontata con un paternalismo che non permette reali passi avanti.
Cosa penserebbe ad esempio la Parks della cosiddetta cancel culture, ovvero quel fenomeno per il quale si arriva a eliminare dalla cultura popolare opere artistiche perché l’autore era razzista o ad abbattere le statue di Cristoforo Colombo? Non lo sappiamo, ma crediamo che uno dei punti fondamentali sui quali si debba basare la lotta agli orrori perpetrati dai bianchi, non solo negli Stati Uniti, sia la conoscenza della storia e molto spesso l’arte ci aiuta in questo delicato cammino.
Leggere libri, vedere film, persino ascoltare musica sono lezioni di vita che raccontano il nostro passato e negarci questo percorso è un tragico errore. Considerando lo stato attuale del mondo dell’istruzione che punta ormai a creare macchine da lavoro e poco più, senza “Via col vento” (il libro, non solo il film), quanti giovani saprebbero che i neri erano usati come schiavi nelle piantagioni? Senza un’opera come “Mission” avremmo un’idea più edulcorata del massacro degli indios in America Latina e senza una serie Tv come “Watchmen”, che parla di supereroi, non conosceremmo la terribile vicenda del massacro di Tulsa, operato nel 1921 in Oklahoma dai bianchi invidiosi della ricchezza della comunità nera del luogo. E senza l’ultimo capolavoro di Martin Scorsese, “Killers of the Flower Moon” non avremmo conosciuto un’altra nefandezza cancellata dalla storia che, come si usa dire, è scritta dai vincitori.
Anche in questo caso parliamo di ruoli che si invertono e il luogo è sempre l’Oklahoma dove, proprio negli anni 20, una serie di omicidi sconvolse la comunità indiana locale, arricchitasi a dismisura grazie al petrolio. A pagare il prezzo più caro furono come sempre le donne, sposate dai bianchi e uccise dai loro stessi mariti che miravano ai loro giacimenti di oro nero. Come Molly, la protagonista del film, tante Rosa Parks, disarmate di fronte alla violenza di maschi razzisti. Forse è un caso che il film di Scorsese sia nelle sale proprio nei giorni dell’anniversario della morte della sarta dell’Alabama, ma ci pare rappresenti una sorta di ponte nella storia per tenerci vigili di fronte al pericolo che questi fenomeni continuino a ripetersi in quello che noi presuntuosamente chiamiamo mondo civilizzato.
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